
Il kudu di legno sovrasta
fiero nel mio salotto. E' un animale magnifico, il più bello tra
le antilopi, domina con lo sguardo quando alza la testa, ed eleva le sue
lunghe corna avvitate verso il cielo come una spada forgiata da un'artista.
Anche lui ha passato con me un paio di giorni
tra aeroporti, cambi di velivoli, accampamenti sulle panchine della 'departure
loungue', ed emozioni di motori esplosi in volo tra spettacoli di suoni
e di luci. Ha viaggiato per 350 Km in auto e 10000 in aereo, aggrappato
alla mia spalla, stretto tra due bottiglie, un Cabernet Souvignon ed un
non-meno-buon Pinotage, entrambi vintage 99, e mai l'ho sentito lamentarsi...
Giunto a casa 26 ore dopo il previsto, ora
se ne sta buono buono nel mio salotto a rappresentare una parte di quell'Africa
che ho vissuto per bene, di corsa, ma intensamente.
Le cose all'andata andarono diversamente,
per fortuna. A Cape Town arrivammo, io e Buck pure con un quindici minuti
d'anticipo, tanto che l'impiegata dell'operator ci raggiunse ansimando
al desk del car rental per 'accoglierci' in Sud Africa, e raccontarci un
po' di cosette sul posto, che già avevamo tratto dalla approfondita
lettura della Lonely Planet, ma, stavamo lo stesso ad ascoltarla... fino
ad interromperla per chiederle informazioni più cospicue, nel senso
dove mangiare della buona cucina malese, oppure, che mi dici del buon pesce
di Five Flies? Ecchèccentra tutto ciò col Sud Africa, si
chiederà il lettore frettoloso (che non arriverà alla fine
di questo racconto...), ebbene centra, ed è il risultato di un ambaradan
di culture e popoli, già presente in origine, sul quale è
stato inserito un particolare ulteriore miscuglio di conquistatori, ri-conquistati,
ed immigrati, mescolati nel territorio e nei secoli, ottenendo risultati
talvolta sconcertanti, ma che agli occhi del viaggiatore appaiono nella
veste superficiale, curiosi ed avvincenti. Mentre basta voltare l'angolo,
o meglio la Table Mountain, per rendersi conto della vastità di
Cape Town con i suoi immensi sobborghi di Township, e realizzare che questo
miscuglio multirazziale è una mina vagante, al momento disinnescata
dall'ondata di democrazia post-apartheid, ma ancora potenziale.
Tornando al palato, parliamo del malesi, che
qui, nel Capo, immigrarono in cospicui gruppi nei secoli, invogliati dai
britannici che cercavano manodopera a basso costo che evidentemente non
trovavano nelle etnie indigene Khoisan. Oggi si trovano facilmente alcuni
ristoranti in cui assaporare i sapori di questa cultura lontanissima, da
noi e dal Sud Africa, ma che qui ha un senso di esistere perché
inserita suo malgrado nella storia di questo paese, ed è tenuta
ben viva dalla comunità locale, anche e soprattutto attraverso la
cucina, che due ispettori del buongusto come noi non possono farsi sfuggire,
nel migliore dei modi, o meglio nel migliore dei posti: il ristorante del
Hotel Portswood. Lussuoso da fare schifo, caro come il fuoco (in rapporto
al luogo...), buono da Dio! Poi se 80 euri in due rappresentano tanto per
un pasto eccellente ed esclusivo è da valutare, sicuramente nella
nostra Milano è un target normale, quaggiù è un lusso
per pochi. E ci addormentammo soddisfatti e pesanti, nel freschino frizzante
del Capo invernale.
Ma non fu solo il piacere della tavola, proseguiamo
a scoprire Cape Town nei suoi molteplici aspetti e mille sfaccettature
di una società più che mai variegata.
La città in sé può apparire
deludente, ed in effetti l'architettura non ha lasciato spazio a forme
d'espressività tali da catturarne lo spettatore: essa si sviluppa
su di un'area enorme, i suoi tre mega-e-passa abitanti accertati, più
quelli che non si riescono a contare, sono distribuiti per lo più
alle spalle della Table Mountain, in un'immensa area periferica, dalla
elegante Costantia patria dei più famosi vigneti, fino alle allucinanti
'Township' eredità dell'allucinante era dell'apartheid, pozze di
desolazione ed emarginazione difficile da rimediare, nemmeno in dieci anni
di democrazia. E così scendendo dalla M64 che nella direzione opposta
porta al famoso 'Capo', quasi all'improvviso appare la parte popolare e
popolosa della città, che ci fa realizzare quale proporzione possa
avere un'immensa area urbana senza sviluppo verso l'alto (leggi palazzoni
o grattacieli...): quasi a perdita d'occhio.
Diversamente, il giorno prima dalla Lion's
Head godevamo di un panorama da favola, con la bella Cape Town sotto di
noi, la parte costiera di Clifton, quella portuale di Waterfront, i grattacieli
del City Bowl, e la bella conca di Woodstock e Tamboerskloof con la Table
Mountain a chiudere il panorama, incorniciato nella sua 'cima tempestosa'.
Questa è la Città Del Capo da panorama, da cartolina, bellissima
e suadente immagine di un mondo che forse vuole riflettere anche la sua
speranza nel futuro ed in uno sviluppo economico che non vuole arrivare,
in bilico ad una divergenza di distribuzione della ricchezza incolmabile,
moralmente inaccettabile, ed economicamente controproducente.
Tornando alla mera visione turistica, da non
perdere è la zona costiera che sfugge verso sud, soprattutto al
tramonto, quando da Llandudno a Clifton, in un susseguirsi di ville da
'Costa Azzurra', le spiaggette si illuminano di quella luce unica e magica
che solo al tramonto può esserci, con quella sensazione di goderne
alla svelta perché pian piano si dissolve, aspettando che il sole
calante all'orizzonte marino si spenga in una nuvola di vapore a contatto
coll'orizzonte marino. Ed il vento che si inventa artista, dipinge con
i colori della sabbia e del mare: tutt'intorno la sabbia, che la vedi scorrere
veloce a 10 cm d'altezza, per arrivarti addosso a grande velocità,
e poi la cresta delle onde, da cui il vento preleva gli spruzzi più
alti per lanciarli nell'aria... intorno, in alto, il sole si staglia a
ridosso del massiccio dei Twelve Apostoles, chiudendo il quadro idilliaco
in una cornice di gran pregio.
Più giù, molto più in
basso, ad un centinaio di km, ci attende, inamovibile e roccioso più
che mai, un luogo a metà tra il sacro ed il mistico, Il Capo di
Buona Speranza.
La strada migliore per arrivarci partendo
al mattino da Cape Town, è quella che percorre la splendida False
Bay, entrandovi da Muizenberg. Cominciamo da questo paesino, più
o meno amena località balneare dei capensi, che ha infatti il pregio
di avere una bellissima, larghissima, lunghissima spiaggia, se non fosse
per quel maledetto vento che non smette mai. Proseguiamo sulla costa spremendo
la piccola Opel Corsa lungo la M4, attraverso paesini dal sapore romantico-coloniale,
ed inizia a sopraggiungere quel caleidoscopio d'immagini che non si focalizza
mai, ma che cambia in pochi km la visione dell'ambiente, naturale o urbano
che sia, regalandoci continue sensazione di somiglianza, a cui accostiamo
ora l'Inghilterra pre-vittoriana, ora la Costa Azzurra della Belle-Epoque,
fino a sembrare le coste desolate della Manica e poi... niente più
di tutto questo. Così molti paesini, fondati come porti d'attracco
nella 'comoda' False Bay, come Fish Hoek o Simon's Town, hanno la strana
e vaga immagine di un villaggio del 'west', per poi spostare lo sguardo
sul litorale e riapparirci come porticcioli bretoni, ma con alle spalle
montagne liguri! Ma non è finita, basta spostarsi un paio di km
verso sud (verso il capo, verso il polo, verso l'oceano aperto...) per
imbattersi in un'anomalia unica: la copia perfetta della spiaggia di La
Digue alle Seychelles, infestata da migliaia di pinguini!! Non sono ricostruzioni
giapponesi, sono realtà di un piccolo universo unico ed originale,
originalissimo, vedere per credere.
Il
Capo ci aspetta, continua la nostra guida su e giù per le scogliere
della False Bay, che ad ogni curva ci lascia attoniti dalla meraviglia,
sempre più sù, poiché la strada sale fino ad centinaio
di metri dal mare, elargendo scorci e panorami, come si dice, mozzafiato.
Ed entriamo nel 'Cape of Good Hope Nature
Reserve', la vasta area protetta che calza tutta la zona per una ventina
di km, dove vegetazione, mare, zebre, struzzi, antilopi, e babbuini sono
protetti dal mondo.
Un piccolo sentiero ben tenuto porta al vecchio
faro e prosegue poi per quello più recente, con il costante, impetuoso,
sonoro accompagnamento del 'vento del capo', di cui sinceramente farei
a meno. E cammina cammina, si arriva ai piedi del vecchio faro del 1860,
e già la veduta tutt'intorno è... come se il mondo fosse
sotto di te. Il mio Nikkor 24mm riesce ad abbracciare quasi tutto quanto
sta dietro, cioè la penisola ed il parco verso nord, mentre rimonto
lo zummettino per fotografare il nuovo faro, costruito nel 1919, per rendere
la segnalazione più visibile dalle nebbie che avvolgevano più
in alto il faro del 1860. Un sentiero porta fino al limite, con il solito
cartello 'at your own risk' che i Sud Africani mettono dappertutto, in
rispetto evidentemente della loro unica regola antinfortunistica (!). Prendiamo
il sentiero, ripido, scosceso, quasi sospeso tra la roccia ed il mare,
in mezzo, proprio in mezzo a panorami rocamboleschi, fino ad una cinquantina
di metri del faro estremo all'estremo dell'estremo Capo... Ora mentre io
mi godo tutto questo alla luce di una luce 'giusta' che solo noi fotografi
evoluti amatori possiamo capire, il Buck mi fa presente che è passata
l'una e il suo stomaco reclama un re-fuelling, perciò mi riporta
alla realtà, la sua realtà d'epicureo, e ci avviamo verso
località costiere meno prese d'assalto dai turisti.
Fu
così che giungemmo a Scarborough, lungo la costa atlantica, dove
non si trova la famosa fiera decantata da Simon & Garfunkel, ma due
ristorantini che sembravano disposti a fornirci cibo in cambio della iper
svalutata moneta locale. Così fummo nutriti con ottimi ed abbondanti
piatti di pesce a prezzo irrisorio, almeno confrontato con la realtà
delle coste italiche, ma la cui qualità era ben'altro che irrisoria,
a Milano avresti detto: "conosco un posticino che fa del pesce favoloso
e costa niente" e che poi prendi le ciulate, al contrario di Scarborough,
di cui nessun turista si ricorda più, ma noi sì !!!
Partimmo un lunedì in direzione nord.
O era nord-est, ma poco conta, importa semmai che ci dirigevamo in quel
di Stellenbosch, patria della rinomata produzione enologica.
Peccato per la stagione, che corrispondendo
al nostro inverno non esalta la bellezza dei vitigni, coltivati in un ambiente
come al solito molto variegato, che accostiamo ora alla Provenza, ora alla
Toscana, o alle Langhe, e più avanti al Tirolo... No, non avevamo
ancora iniziato il giro delle cantine, era proprio così: un panorama
sobrio nella nostra sobrietà!
Tuttavia Stellenbosch non mi ha particolarmente
esaltato. Si presenta, come dire, come un ambiente conservatore svizzero,
e non per le montagne che la circondano, ma proprio per l'atmosfera che
ivi si respira: poca vita in giro, poco traffico, ordine e pulizia, edifici
seri, sobri, neoclassici e coloniali. Più neoclassici che mai gli
edifici dell'università, talmente importanti ed austeri da sembrare
il classico college americano (questa ci mancava...). No, non è
questo il momento giusto, penso che marzo/aprile, mesi che dovrebbero corrispondere
alla vendemmia, rechino giustizia a questa storica cittadina. E vuoi mettere
un buon novello appena sfornato a maggio? Non per tutti.
Lasciamo Coira, oops scusate Stellenbosch,
per arrivare a Franschoek, che nella sua intima e ridotta dimensione, si
presenta subito gradevole, sviluppata interamente ed unicamente lungo la
statale che l'attraversa e ne determina lo sviluppo turistico.
Tutti i numerosi locali, bar, ristoranti,
'curio' shop (negozietti d'artigianato e roba buona) si affacciano sulla
strada, dando una buona sicurezza al turista affamato di 'caratteristiche'.
Franschoek fu la prima ed unica colonia francese
in terra Sud Africana, fondata durante il 1600 dai circa 200 ugonotti arrivato
dalla Francia, e che determinarono con la loro filosofia religiosa una
certa marcatura della cultura afrikaner. Alcuni storici fanno infatti risalire
alla loro visione dell'uomo [Cristiano e bianco...] salvato dal peccato,
e perciò unico eletto alla sopravvivenza eterna, come l'inizio di
quella mentalità di superiorità della razza bianca, che travisò
poi fino alla triste piaga dell'apartheid.
Lasciamo la zona risalendo e discendendo per
il Franschoek Pass, e tornando sulla costa da Strand. La False Bay appare
nuovamente dalla sommità del Sir Lowry's Pass, e come appare! Da
ca. 500 mt. d'altezza in pochi km si scende fino a livello del mare, la
costa sottostante appare come un immenso magnifico anfiteatro naturale,
la vista abbraccia la laguna per un diametro di una trentina di km, che
in una splendida, limpida e luminosa giornata di sole regala una visione
unica, aggiungo: una delle più belle che abbia mai visto! Peccato
per l'impossibilità di fermarsi a fotografare per via della strada
in viadotto in forte pendenza senza aree di sosta.
Da Strand a Pringle Bay siamo sul lato orientale
della False Bay, i magnifici paesaggi vengono esaltati nel pomeriggio illuminati
dal sole, e ad ogni curva si apre un nuovo scenario. Il Capo di Buona Speranza
si vede nitido, dall'altra parte della laguna, a 30/40 km in linea retta.
Passiamo il limite della False Bay, a Cape
Hangklip, dove la strada rientra e non costeggia più il mare, e
le nuvole trattenute dalle montagne costiere ora ci tengono compagnia,
ma poco importa, siamo quasi a Hermanus, dove pernotteremo una notte.
Hermanus è un altro di quei posti che
rendono il Sud Africa sorprendente oltreché affascinante. Nella
laguna di un paio di km sovrastata dalla bella cittadina, da sempre le
balene si ritrovano in discreto numero per riprodursi, e sono comodamente
ed incredibilmente visibilissime dalla costa, avvicinandosi fino a poche
decine di metri. Vedere per credere!
Ci sistemiamo al Hotel Windsor, un po' giù
di moda, ma comunque ben al di sopra di quanto avevamo utilizzato nei nostri
viaggi fino allora. 'Purtroppo' il pacchetto del tour operator forniva
solo sistemazione di alto rango, non proprio adatte al nostro rango randagio,
ma, come si dice, ci si abitua in fretta al lusso.
Usciamo quasi subito per fare due passi in
attesa di 'tirar tardi' (le 9, 9.30), ed arriviamo al famoso punto di osservazione
cittadino, da dove scandagliamo il mare senza fortuna quando ad un certo
punto, molto lontano scorgo due o tre balene, a ca. un km poteva essere.
Non sapevo se essere soddisfatto o deluso, perciò proseguimmo il
giretto alla ricerca di un locale dove nutrirsi dello stretto necessario,
e col nostro fiuto particolare, scegliemmo il Laughing Fig (...la traduzione
è meno immediata di quello che sembra!), senza lode e senza inganno,
penso comunque che sia quasi impossibile mangiare male in Sud Africa. Parte
un bel Nederburg bianco, che innaffiava un Line Fish; era qualche giorno
che mi chiedevo che razza di pesce fosse, poi ho compreso che nel loro
inglese avariato significa 'pesce del giorno'... così come poi ho
scoperto che i semafori li chiamano 'robot'... curiosità, singolarità.
Fresca frizzante ed umida serata, bagnata
da un pioggerellina vaporizzata, che sospettavo fosse lo spruzzo di alcune
balene avvicinatesi oltremodo alla costa, Hermanus è un posto freschino,
ed andiamo a letto con quella bella sensazione intima di coricarsi al calduccio
sotto le coperte, il che al 18 di agosto è una bella esperienza!
Sveglia presto, da militari, intorno alle
sette, stavolta la colazione è compresa, e una succulenta 'english
breakfast' non me la lascio scappare. Tutti i più belli alberghi
e ristoranti di Hermanus, che sono sulla costa, dispongono di ampie vetrate
per potere vedere in qualsiasi momento le balene che si avvicinano repentinamente...
e questo è buono e bello, ma poi diventa un'ossessione, tanto che
in ogni momento avvicinandosi alla finestra, dalla nostra camera, dal ristorante,
da ogniddove, trovi sempre una manciata di secondi per dare un'occhiatina
ed essere il primo che avvista una balena! Così prima di andare
a letto, un'occhiatina al mare al chiaro di luna, al mattino appena alzati
e appena infilato gli occhiali... ma fino ad ora manco un tonno!
Così al mattino ancora di buon'ora,
infilandoci nell'umidità mattutina che sembra la nostra rugiada
di novembre, andiamo al porto, con la speranza di imbarcarci per un 'whale
whatching', e per un colpo di culo, pigliamo al volo una bagnarola che
sta per solcare le limacciose acque (nda: nota di colore... in questo momento
mentre produco, vale a dire scrivo, alla radio danno 'Captain Sensible'
col suo arrapante giro di basso. Non centra nulla con questo, non distraetevi...),
limacciose dunque, dell'Oceano Indiano... ah no, siamo ancora sull'Atlantico,
nel pomeriggio saremo di là!
Strada facendo, incontriamo alcune foche,
che la guida ci illustra con orgoglio, ma tanto ce ne importa, vorremo
qualcosa di più, di più grosso, dalla Namibia di foche e
pingiuini ne abbiamo visti a migliaia, quando finalmente la nostra bramosia
di avventura trovò sfogo in una baietta a ca. un'ora di navigazione
verso ovest, dove pian piano entrando nel golfetto, incontriamo una balenottera
con piccolo, e poi un susseguirsi di cetacei fino ad incontrarne ca. una
decina, avvicinandoci fino a 15 mt. Satisfaction. No, non alla radio, soddisfazione
per noi di questa proficua gita mattutina, e non era nemmeno mezzogiorno
quando la prua ripunta su Hermanus, ed il nostro robusto accompagnatore
ci chiede se volessimo indossare degli impermeabili gialli, ma non ci sembrava
il caso se non che con la rotta inversa l'impatto frontale con le onde
oceaniche produceva degli spruzzi spettacolari che inumidivano completamente
il povero Buck, mente io mi rinchiudevo nella mia giacca da velista acquistata
in Scozia anni fa!
Ammariamo soddisfattissimi al porto, sogghignando
nel vedere altri turisti asciutti in procinto di ripetere il nostro tour.
Ripeschiamo la piccola Corsa, che non è
una ragazzina francese, ma un'utilitaria tedesca; Cape Agulhas ci attende
proprio dietro l'angolo, ma si tratta di un angolo a 120°, perché
qui le distanze valutate sulla cartina ti fregano, e viaggia di qui, corri
di là, un po' di sterrato, soliti paesaggi pittorici e pittoreschi,
ed eccoci al crocevia del mondo in un paio d'ore abbondanti.
E
qui non si scherza, questo è uno dei punti cardinali del mondo,
è qui che si incrociano, scrutano, sfidano e dividono gli oceani
Atlantico ed Indiano, e dove le loro correnti proprie ne fanno un bel cocktail
di acque agitate. Quella di Benguela che dal Polo Sud sale e lambisce le
coste verso nord fino all'Angola, e quella di Agulhas che scende dal Mozambico
lambendo a maggior temperatura la costa e dando vita ad un ecosistema marino
che nulla avrebbe da invidiare a quello terrestre, più rinomato
solo perché visibile ai più. Non sto a dilungarmi, ma rimando
allo splendido articolo di National Geographics 08/2002, che descrive con
la passione e professionalità che contraddistingue la testata, tutto
ciò che succede sotto queste acque, ed ha dell'incredibile, a cominciare
dalla migrazione delle sardine... di cui alcune tonnellate si arenano in
modo naturale sulle spiagge, rendendo possibile una pesca... a mano. Per
non parlare dei delfini che rompono i flussi migratori e consentono facili
bocconi di sardine agli squali toro... Leggere per credere.
E siamo qui, davanti all'obelisco che indica
con precisione, alla destra l'Atlantico, alla sinistra l'Indiano. Foto
di rito, passeggiamo per qualche metro, incontriamo un pinguino solitario,
ammiriamo le onde che s'infrangono sugli scogli, osserviamo il mare impetuoso
e... ma quella è una balena! Cavoli, ormai riconosco subito uno
spruzzo d'acqua, quella a una ventina di metri da noi è una grossa
balena... Sorprendente Sud Africa.
Lasciamo questo posto mitico, ma che dico,
sacro (!), e nel piccolo abitato alle spalle del faro ci fermiamo ad un
piccolo 'fish & chips' per un piccolo spuntino dal piccolo budget.
La gestante, anzi no, la gestrice ci informa subito che dispone solo di
fish and chips (e volevo vedere se ch'avevi pane e nutella), un semplice,
squisito fish and chips con coca cola, fatto con un pesce talmente fresco
che si dibatteva anche se fritto, alla modica cifra di 28 Rand per due.
Vale la pena di tradurre, ca. 2.7 Euro! Complimenti ai tour operator che
ti mandano in rovina nei mega alberghi... mi dispiace per loro, ma questo
è il vero Sud Africa.
Rimettiamoci in strada, dobbiamo essere a
Knysna per la sera, da dove ci separano ca. 250 Km, antipatici da fare
alla sera, quando dopo le sette piomba un buio fitto e non c'è in
giro nessuno come se fosse mezzanotte ad Abbiategrasso. Dobbiamo rientrare
nell'entroterra per una trentina di km, fino ad 'agganciare' la N2 all'altezza
di Swellendam. Viaggiamo in mezzo a campi coltivati, che secondo la coltura
disegnano piccoli quadri particolareggiati, ora dai filari di grano, tabacco,
o giallo forte acceso dello zafferano. Gran bella cittadina questa Swellendam,
merita una visita e se possibile una sosta, e non solo per le caratteristiche
case dai tetti di paglia, ma anche e direi soprattutto per la bellezza
della particolare atmosfera, che definirei post-coloniale tranquillamente
adagiata sul suo lento ritmo di vita. Ma il nostro programma scorre impetuoso
e dobbiamo purtroppo continuare dopo avere sorseggiato un caffè
sotto la romantica veranda di un simpatico bar.
Aggrediamo la N2 per macinare quei duecento
stancanti e lunghi kilometri verso Knysna, minchia che guidata oggi, avrò
fatto 400 km. tra una palla e l'altra... anzi tra un oceano e l'altro!!!
Arrivammo a Knysna che erano già quasi
più o meno le otto, e ci scaraventiamo nel bellissimo ed elegante
Protea Knysna Quays, il solito hotel di alto rango, che ci farà
impallidire quando il giorno dopo attraversavamo nel mezzo la township
dietro alla città: lusso sulla miseria, un bell'impatto di vita,
un pezzo di realtà della società Sud Africana, due mondi
a due km di distanza.
Era dunque sera quella sera, e dalla Lonely
Planet, sempre ben affidabile scegliamo un locale dove mangiare un 'boccone',
e la scelta cade su 'De Oude Fabriek' del quale vale la pena dilungarsi,
essendo stata la migliore esperienza gastronomica di un viaggio sorprendente
anche per questo aspetto. Fugacemente tradotto nel 'Vecchio Fabrizio' sta
invece per 'La Vecchia Fabbrica' essendo ricavato da un antico laboratorio
di falegnameria (attività principale della zona), questo locale
caratteristico e singolare, arredato con gusto e gestito con competenza,
propone piatti tipici pescati nella caleidoscopica proposta Sud Africana,
e ci ha subito catturati proponendoci un piatto per palati voraci: un bel
'Venisom' di selvaggina, comprendente carni di kudu, springbok, struzzo
e... coccodrillo. Come potevamo resistere, il tutto accompagnato da una
zuppetta tipica degli Zulu, l'Amadombolo, fatta con le erbe della foresta,
e con aggiunta di un piatto di verdurine prelibate, annaffiato con gusto
da un sublime Cabernet Souvignon, e terminato dalla solita Amarula... un'esperienza
che consiglio di non mancare assolutamente a chi si trovasse dalle parti
di Knysna. Assolutamente.
20 agosto, ci svegliamo nella bella, troppo
bella, ed ampia camera del Protea Quays, dal terrazzo abbiamo una bella
vista sul porto turistico della laguna di Knysna. La città si sviluppa
nella parte nord-est della laguna omonima, salendo un poco sulla collina
retrostante, mentre nella dorsale a sud si vedono alcune deliziose villette,
in posizione strategicamente elegante.
La visita alla laguna non riserva grosse sorprese;
la parte più bella è sicuramente la stretta imboccatura che
la collega con l'oceano, entro la quale, per effetto della compressione
delle correnti, si formano delle ondate spettacolari, ed in contrasto con
la calma piatta all'interno, questo tratto di mare è sempre impetuosamente
agitato e le scogliere a strapiombo completano lo spettacolo.
Il breve tour si svolge in un paio d'ore,
poi la mattinata prosegue a zonzo per la cittadina, alla ricerca di souvenir
e varie. La città è una delle più turistiche della
costa della 'Garden Route', perciò non mancano occasioni di acquistare
interessanti prodotti artigianali, e si nota che qui il commercio trascina
bene, ad esempio la città è la più rinomata del Sud
Africa nella lavorazione del legno, grazie alle folte foreste dell'entroterra,
perciò la fabbricazione ed esportazione di mobili è una affermata
attività. Girovagando tra i negozi, mi imbatto in una giovane commessa,
un gustoso cioccolatino ambrato, intrigante visione, tale che non mi ricordo
cosa trattasse quel negozio. E mi vengono in mente alcuni tra i primi,
coraggiosi e stravaganti esploratori, che quando si stabilirono in zona,
ebbero in dote dai capitribù une ventina di mogliettine così...
bei tempi.
Vagando tra animaletti di legno ed onice di
tutti i tipi, ci imbattiamo in svariate uova di struzzo, poste in vendita
così come sono (svuotate...) o decorate in mille modi, a mano o
aerografate. Io mi acquisto una bella tovaglia con disegni animaleschi
in tinta blu, che fa pendant con il mio arredamento.
E quando viene mezzogiorno e l'appetito ci
distrae dalle attività culturali, scendiamo verso il quays, la bella
e nuova zona portuale, o meglio diportuale, in uno dei tanti localini sui
moli che , a prezzo assurdo, offrono assaggi di ostriche, altro rinomato
prodotto locale.
Dopo il refuelling, briefing con la Lonely
Planet in mano, dalla quale scegliamo un itinerario per il pomeriggio,
optando per il Prince Alfred's Pass, e qui ve lo voglio dire, la mitica
guida ha toppato!! Cito testualmente da pag. 286: "... attraverso il bellissimo
Prince Alfred's Pass ... essendo il manto stradale piuttosto accidentato...".
Allora diciamo che alla sommità del passo non c'è nessun
splendido panorama, e per quanto riguarda la strada, oltre ad essere accidentata,
se poco prima ha piovuto, rischiate seriamente di impantanarvi se non avete
un vero 4x4. Lettore avvisato, turista salvato...
La strada che porta al passo, passa (...)
per la township di Witlokasia, e l'attraversa in mezzo, dove essendo la
baraccopoli sviluppata sulla dorsali della colline, permette di vedere
bene questa triste e vergognosa realtà: sui nostri lati centinaia
di baracche di legno e lamiere, auto abbandonate, panni stesi al vento,
bambini che stanno nel fango, immondezzai improvvisati, colonne di fumo
che salgono in cielo. Non c'è altro da aggiungere.
Scendiamo per la stessa strada, cerco di fare
delle foto, ma senza fermarsi è difficile, non sarebbe salutare
fermarsi ad ammirare come fosse un'attrattiva turistica, cerco di fermare
nella mente con lo sguardo questi istanti di una realtà incredibile
di cui si spera vada in estinzione col passare del tempo.
A sera, a volte ritornano, non sono gli zombi,
anche se quando affamati possiamo sembrarlo, siamo noi che evitiamo di
scoprire nuovi ed interessanti locali, per tornare nel nostro 'De Oude
Fabriek'. Il simpatico gestore, un personaggio tratto dai racconti del
'Great Trek' degli antichi Boeri, e direttamente catapultato nel XXI secolo,
ci accoglie con simpatia: "Welcome gentlemen, so you come back in my home",
quale miglior preludio ad una (altra) gustosa cena. Sistemati nel salone
superiore, su un un enorme pavimento di legno, a lume di lampada a petrolio,
stavolta scelgo il mega piatto di seafood del giorno, che mi viene servito
in un tripudio di gamberetti, gamberoni, brodino di cozze, e un paio di
pesci che non so che siano ma erano buoni da dio! Salta il tappo di un
soave Nederbugh bianco, ed alla fine un buon cherry vintage, dopo il dolce
è stato la ciliegina sulla torta! Per l'esagerata cifra di 47E in
due. Un'esperienza che consiglio di non mancare assolutamente a chi si
trovasse dalle parti di Knysna. Assolutamente.
21 agosto, ennesimo lungo trasferimento, per
il primo pomeriggio dobbiamo essere a Port Elizabeth per volare direttamente
a Durban. E voliamo veloci spremendo la piccola Corsa lungo la N2, toccando
medie impensabili, e beccando un policeman con tanto di laser, che poi
speriamo di non trovare alla Europcar un impiegato che ci sventola la multa!
All'aeroporto ennesimo problema con il coltellino
che porto nel bagaglio a mano e che mi tocca tornare indietro ad infilare
nella valigia, che un impiegato Southafrican mi è andato a prendere
direttamente dall'aereo... mo' speriamo che ce la riporti! Passo il check
point, sono quasi sull'aereo e mi accorgo di non avere il giubbotto che
ho lasciato al check point, corro indietro, lo riprendo, ricorro sull'aereo...
riuscirò ad arrivare a Durban? Si, come no, un paio d'ore dopo scendiamo
nell'aeroporto della grande, cosmopolita (già...) e saporita Durban.
Già perché un aggettivo che potrebbe descriverla è
proprio... saporita, non so come mi è venuto, forse da qual insieme
di colori, sapori, odori, che si muove in continuazione, quel forte sapore
d'indiano che permane in ogni angolo dietro al lungomare, o quell'esperienza
al ristorante indiano che è rimasta ancora una piacevolissima sorpresa
di questo strano, indefinito Sud Africa.
Prendiamo possesso della bella (eufemismo,
era un rottame, rinoleggiato dalla concorrenza. Certe cose Europcar non
dovrebbe farle!) Mazda 323 'Tazzo', e in men che non si dica, scendiamo
sul lungomare, la zona più bella, elegante, dove gli hotel più
'in' fronteggiano il bellissimo e caldo lungomare, e vediamo il nostro
l'Holyday Inn. O meglio uno dei tre che ci sono a poche centinaia di metri
l'uno dall'altro, ed il nostro è il 'North'. Altro hotel di grido,
di statura, talmente di statura che rende un'estrema distanza dalla realtà
dove è inserito, tanto sono tutti uguali questi alberghi in tutto
il mondo. Beh una nota di merito occorre riconoscerla, la gestione del
Holyday Inn ha creato tre ristoranti, uno migliore dell'altro! Non per
niente strapieni e addirittura consigliati dalla bibbia (LP), tanto che
il ristorante 'Jewell of India' ci ha lasciato un ottimo ricordo, con la
solita bottiglia di vinello locale... Durban 3,2 mega abitanti, suppergiù,
sempre che riescano a contare tutti quelli che stanno nelle Townships,
è una città con due facce ben distinte: dal 32° piano
del nostro hotel, godiamo di una vista unica, la zona del lungomare, una
specie di Miami subtropicale, ed alle spalle la città mezza indiana
e mezza africana, con una linea netta di demarcazione riconoscibile dalle
vie subito dietro al lungomare. Nei quartieri dietro, una vita incessante
popola di giorno le strade dei quartieri, commerci, mercatini, gira di
tutto di più, e si vedono le donne di colore portare in bilico perfetto
sulla testa il sacchetto della spesa!
22 agosto, m'alzo di mattino presto, e mi
accorgo che il cibo indiano è piuttosto di pesante digestione! Maledizione,
viaggerò per 300 km lungo la costa con una deviazione finale all'interno,
soffrendo d'ogni scossone, sorretto dall'Aulin, rimedio universale per
situazioni spiacevoli, sobbalzato anche dalla guida improvvisata del Buck,
che a mezzogiorno ha anche il coraggio di farsi un piatto di calamari e
patatine fritte, invece di digiunare con me!
Ma va bene lo stesso, prima o poi capiterà
anche a te, e vedrai...
Siamo quasi a Hluhluwe, viaggiamo su una lunga
dritta strada dopo Somkele, e vediamo curiosamente centinaia di studenti
che percorrono a piedi la strada, di ritorno probabilmente dalle lezioni,
tutti uguali, neri, in divisa. Curiosità.
Arriviamo poco dopo le due del pomeriggio
al Nyalazi Gate, l'ingresso principale del parco, creato nel 1895 ed oggi
più che centenario, derivato dall'unione dei territori di Hluhluwe
e Umfolozi. A proposito, non contorcetevi cercando di pronunciarlo, evitate
figure coi locali: in lingua Zulu 'H' si pronuncia 'sch', perciò
diventa schlùschlùve. Curiosità.
Questo parco, uno dei più antichi del
Sud Africa è veramente un piccolo gioiello, anche se piccolo è
un aggettivo che ha senso in confronto alle distese Sud Africane, esso
misura ca. 90 km per 60, proprio piccolo non è. E nemmeno piccola
è
la densità d'animali, tra le più alte in assoluto; questo
infatti è il parco dove vedrete più rinoceronti in assoluto,
e scusate se è poco. E' possibile vedere tutti i 'Big Five', leoni,
elefanti, leopardi, bufali e, appunto rini, sono presenti in cospicua quantità,
poi come al solito, va a culo!
Nella sede dei ranger del Mpila Camp, potrete
vedere affisso un cartello recante il conteggio aggiornato di tutti gli
animali presenti. Fa un po' sorridere leggere 'ca. 25 ipphos', e ben 1538
impalas... voglio vedere quel ranger a cui capita il turno di contarli,
almeno gli ippopotami stanno fermi anche se in immersione! Curiosità.
Stranamente gli elefanti, presenti in ben
350 esemplari, non sono di facile visibilità (almeno per noi) nonostante
le dimensioni, mentre farete incetta di zebre, gnu, impala, springbok,
giraffe, babbuini e qualche magnifico kudu. Un'altra particolarità
è che Hluhluwe è completamente cintato, 'fenced', dato le
ristrette dimensioni, non si potrebbe consentire agli animali di muoversi
e migrare liberamente, ci troviamo per cui un'enorme zoo all'aperto, dove
l'ecosistema dove sempre essere tenuto sotto controllo, ad es. equilibrando
la popolazione di erbivori predati dosando il numero di impala, che costituiscono
le prede preferenziali dei carnivori.
Comunque
sia vi porterete a casa uno splendido indelebile ricordo di questo 'piccolo'
gioiello.
Entriamo quindi dal Nyalazi Gate ancora in
tempo utile per vedere qualcosa, e seguiamo la strada verso nord, cioè
verso il bellissimo Hilltop Camp, dove risiederemo per soli due giorni.
Dopo l'affascinante ed unica esperienza namibiana nel grande Etosha Park,
trovarmi in un parco su una strada asfaltata mi lascia già male...
ben altra atmosfera regala il viaggiare sullo sterrato... ma proseguiamo,
anzi svoltiamo su una pista laterale, un bello sterrato finalmente, sempre
seguendo la cartina, vorrei mai perdermi in questo ambiente, bellissimo
fino al tramonto, piuttosto inquietante dopo.
Immediatamente iniziano gli avvistamenti,
ed il ricordo dell'Etosha mi riporta alle emozioni dei primi avvistamenti
di animali della mia vita, intendo di animali veri in libertà vera
in un'ambiente vero!
Gnu, e poi qualche impala e springbok, zebre,
e subito tre rini bianchi. O quale emozione! Mai visti prima, in Namibia
solo di notte e da lontano. Vediamo lungo la strada una giraffa vicino
ad una pozza d'acqua, e la stiamo ad osservare. La pazienza è un'arma
preziosa per osservare in questi casi, ed ecco che sbucano altre due, no
tre, anzi ben quattro giraffe che si avvicinano piano, scrutando in giro
alla ricerca di cattive compagnie. Quando si abbeverano infatti sono indifese,
non possono guardarsi intorno, e tornare su dalla posizione di bevuta,
richiede alcuni secondi, sufficienti ad un veloce predatore per farsene
un
boccone. Per Giove che vita! La giraffa è un animale bellissimo,
carino, con quello sguardo curioso, che ti sta a scrutare cercando di capire
chi sei, con quel collo lunghissimo e quella forma assurda, ma con quella
stupenda pelliccia disegnata in tonalità giallo/marroni, queste
poi che sono giraffe reticolate sono davvero belle. E con i loro lunghi
colli che escono dalla vegetazione di media altezza, sono uno delle immagini
più belle che l'Africa possa dare!
Arriviamo a Hilltop in tempo utile, le porte
dei campi nei parchi chiudono infatti al tramonto, verso le 18 per riaprire
all'alba verso le sei, e chi arriva tardi viene pesantemente ripreso dai
ranger che in alcuni casi bucano anche le gomme delle macchine dei malcapitati.
Dicono...
Hilltop è un gioiello, è uno
di quei piccoli lodge governativi, per cui a prezzi accessibili, non vorrei
dire bassi sennò li tirano su, ma lo dico, assurdamente bassi per
la bellezza e la posizione del posto e per gli agi che in ogni caso consente.
Situato in cima ad una collina (Hluhluwe è tutto collinare, altra
bellezza caratteristica) , offre sistemazioni in spaziosi, bellissimi,
bungalow, dotati di piccola cucina, bagno e balconcino sul mondo, dal quale
è già possibile talvolta vedere gli animali. Dal ristorante
la vista spazia nelle vetrate circolari su un orizzonte di alcune decine
di km, e per il posto, l'arredamento, l'atmosfera il tutto riesce a rendere
proprio bene. Dal bar pende una pelle di leone, quel migliore invito per
starsene a sorseggiare un drink, per tirare le nove e mezza, oltre le quali
è come se fossero le due di notte a Varese: non c'è in giro
più nessuno!
23
agosto, ore 5.15 sveglia! In piedi presto per il safari a piedi nel bush,
assistiti e scortati dal ranger armato, che fa contemporaneamente da guida
e guardia. Scendiamo in auto tra le colline, il sole appare timidamente
nel frescolino umido della notte, e tutt'intorno si mischia la luce solare
albeggiante nella nebbiolina della rugiada in evaporazione, mentre la temperatura
sale dai pochi gradi della notte. Maledizione mi ero messo in stile: pantaloni
da trekking e camicia da milite, con le Nike nere, un bel completo in tema,
moderatamente elegante, certamente consono al luogo ed al momento. Se non
fosse che la rugiada che bagnava tutto e l'incredibile quantità
di cacche in giro mi hanno conciato male! Fa niente, superiamo questi atteggiamenti
borghesi e godiamo di questi momenti unici ed incamminiamoci... nella foresta
con il nostro ranger che inizia a raccontarci le cose che vediamo: due,
tre giraffe da lontano, non finiranno mai di piacermi quei lunghi colli
che sbucano dal bush, e ci racconta che solo le femmine hanno quelle specie
di corna perché i maschi le perdono da giovani scontrandosi. Almeno
in natura esiste un caso in cui le femmine hanno le corna!
Poi
le zebre, che ci racconta essere rigate perché nel pericolo girano
intorno al leone confondendolo con la visione continua di righe avanti
ed indietro... e poi le cacche, tantissime e ovunque, calpestante dalle
mie preziose Nike, ad un certo punto arriviamo in una fossa piena di .....
appunto, ed il ranger ci dice che si tratta del rinoceronte bianco che
usa così di marcare il territorio. Cammina cammina, saranno state
le sette del mattino, che ti incontriamo quattro o cinque enormi rini bianchi,
a ca. 20 mt. da noi. E' veramente una bella sensazione di essere in balia
di queste bestie enormi in mezzo alla savana, con pochi alberi intorno,
ricordandoci che il ranger ci avvisò che in caso di pericolo si
può sempre saltare su di un'albero...! Questi splendidi ed inquietanti
animali ci fissavano, dato che la presenza di un piccolo (già grosso
come un pony!) li metteva sull'attenti. Curioso notare come fu denominato
'bianco' questo tipo di rinoceronte africano: i primi coloni olandesi notarono
che rispetto a quello nero, aveva il corno più lungo ed il muso
allungato, da cui la denominazione di 'wide', che gli inglesi fecero loro
come 'white'... sempre molto acculturati questi predoni coloniali! Continuiamo
il cammino scendendo nella valle, dove ad ogni cinguettio il ranger ci
informa di quale uccello si tratti, mentre ad un certo punto avvistiamo
i solito impala, strano non averli ancora avvistati dato che di antilopi
l'Africa è strapiena, e la simpatica guida ci racconta che gli impala
sono il cibo prelibato dai predatori perciò nei parchi più
piccoli, come appunto questo, vengono usati per controllare e bilanciare
la popolazione di antilopi: un maggior numero di impala salvaguardia altre
specie predate, dato che i leoni si concentrano su questi. Quante cose
si imparano lontano da casa... Torniamo al parcheggio puntuali alle otto,
che senso di soddisfazione sono solo le otto e abbiamo già vissuto
a lungo. L'altro gruppo non si vede ancora... e nemmeno risponde alla radio,
minchia saranno stati vittima di un attacco di rini, o di leoni, o di una
carica di elefanti? Mentre scrutiamo la savana, altri turisti si fermano,
mettendosi anche loro a guardare, pensando che avevamo individuato un animale
particolarmente raro, tipo uno stegosauro e un pterodattilo, e qualcuno
mi chiede: "What are u looking?". Trattengo le risate e li informo che
stiamo solo cercando di avvistare l'altro gruppo di escursionisti!
Rientriamo al campo per darci una ripulita,
e senza perdere tempo usciamo per scorazzare verso la zona di Umfolozi,
su e giù per le colline, tra bufali che attraversano all'improvviso,
gnu, migliaia di antilopi, giraffe qua e la, babbuini sugli alberi, etc.
Nella pianura che divide Hluhluwe da Umfolozi, finalmente, con grande soddisfazione
avvistiamo due elefanti nella foresta, due enormi pachidermi, bellissimi,
incorniciati dalla vegetazione, che ci guardano con quegli occhi laterali
che ti inchiodano lì per li. Era ora, qui ci sono ca. 350 elefanti,
e date le dimensioni, non sarebbe difficile avvistarne altri, dato che
il parco è pure cintato. Proseguiamo per il Mpila Camp, a ca. 60
km dal nostro Hilltop, e poi continuiamo per le piste circostanti, ma senza
grande soddisfazione, perciò ci fermiamo per la meritata pausa a
sgranocchiare un panino presso il centro turistico che funge da controllo
ed ospedale per i rinoceronti. Un rapido rifornimento di cibarie, ed un
rapido sguardo al mercato di souvenir e cianfrusaglie, che è bene
comprare qui, altrimenti dal Kruger in su i prezzi aumentano non poco.
Torniamo scrutando qua e la, ma di elefanti
nemmeno l'ombra, e che ombra farebbero con quelle dimensioni! Il Buck guida
veloce, pensa di essere al rally, ma dobbiamo essere giù al fiume
per le tre, per fare il giro in barca. Ma accidenti quando arriviamo un
simpatico ranger fancazzista ci informa che in questo periodo il fiume
è in secca e la barca non va... allora proseguiamo in questa zona
a nord del parco sbirciando lungo il fiume alla ricerca di coccodrilli
ed ippopotami, ma niente.
Solo
le solite scimmie e scimmiette, alcune dalla caratteristiche palle blu
(!), e naturalmente antilopi, impala, springbok e qualche magnifico kudu.
Ma che giornata, iniziata alle sei del mattino e finita al tramonto, pensiamo
mentre notiamo il sole basso sulle colline, e spariamo qualche flash negli
occhi agli ultimi animali che avvistiamo.
August 24, manco a dirlo, mattino presto,
ci alziamo, facciamo colazione con i biscottini acquistati nei markets
in giro, non abbiamo mica tempo da sprecare per la colazione, a fine mattinata
dobbiamo essere già nello Swaziland, e la tabella di marcia non
si discute!
Mi affaccio alla finestra del lodge per dare
uno sguardo al sole che albeggia, e... scorgo a pochi metri tre zebre che
brucano l'erba pacificamente! E' sempre un dispiacere lasciare un parco
africano, è come perdere una scheggia di vita, anche se tra un paio
di giorni saremo di nuovo nel mitico Kruger, ma questa sarà un'altra
storia.
Uscimmo da Hluhluwe attraverso il gate a nord,
il Memorial Gate, ed attraverso una lunga e dritta via che non smarrimmo,
giungiamo al border con lo Swaziland più che in tempo, da dove,
espletate le procedure doganali, entriamo nel Regno Autonomo.
Lo Swaziland è una piccola enclave
tra Sud Africa e Mozambico (l'altra è il Lesotho, più a sud),
che ha abilmente resistito a colonizzazioni e colonizzatori ed è
rimasto un regno guidato dalla stessa dinastia, che conta oggi su Mswati
II°, un nobile e leggermente egocentrico monarca un po' fuori dai tempi
e forse un po' fuori dalla realtà. Troverete spesso la sua immagine
nei pubblici uffici, esercizi commerciali, e cartoline!
Non siamo in un paese propriamente povero,
ma le condizioni economiche, con la ricchezza concentrata nella mani del
re ed amici degli amici, unita alla devastante diffusione dell'Aids fanno
quel che possono per rendere poco simpatica la situazione.
E' una piccola terra di poco più di
un milione di abitanti, grande più o meno come la Lombardia, con
la sfortuna di non offrire niente di eclatante a differenza dei vicini
che confinano o circondano, poca agricoltura, poche o niente industrie,
poco turismo, fornitore di manodopera emigrante per l'industria pesante
Sud Africana.
Ma scovando bene qualcosa si trova, ci sono
infatti alcune riserve private e parchi nazionali governativi, che seppure
senza i 'Big Five', almeno paesaggisticamente lasciano il visitatore meravigliato
ancora una volta di quello che l'Africa nella sua verginità ambientale
può ancora offrire.
Così attraversiamo il confine e poniamo
le quattro ruote della nostra antidiluviana Mazda sulla strade del luogo,
scoprendo da subito che i carburanti costano sensibilmente meno, perciò
dietro al confine appaiono alcune stazioni di servizio in successione.
Passiamo Lavumisa sulla MR8, in direzione
Manzini, la principale città, con la speranza di entrare nel Mkhaya
Game Reserve che incontreremo un centinaio di km più avanti. Infatti
arrivati a quello che pare essere il gate di ingresso, un nugolo di ragazzini
ci assale, infilando le braccia nel finestrino; cerco qualche monetina
per loro, ma ciò ha l'effetto dirompente di aumentare l'affollamento
al mio finestrino, finchè finite la monete becco il più grande
e chiedo informazioni, che ottengo in un'inglese stentato, confermandomi
essere proprio lì la nostra riserva privata, la più bella
del paese.
Strano comunque, un cartello stremato inchiodato
su un palo di legno mi indicherebbe sto' posto... mah, ma ecco che arriva
a piedi un ranger in divisa cotanto di radio alla cintura, un vero ranger
per giove, con cucito lo stemma della Mkahya Reserve, meglio di così...
ci informa però che benché possibile, l'ingresso per mezza
giornata non è conveniente, costando per 250 Randoni a testa, ed
anzi prende l'occasione di chiederci un passaggio verso Manzini, dove è
diretto attendendo l'autobus, che, passa quando passa.
Portiamo così il simpatico personaggio
con noi, che, una volta giunti in città, mi è sembrata una
mossa opportuna: Manzini è sicuramente un posto atipico, ma è
anche l'unico finora dove non ho visto un bianco in giro, con centomila
abitanti e le strade affollate di gente!
Mi sentivo un tantino fuori luogo, non spaventato,
ma piuttosto a disagio, non avrei voluto bucare una gomma in quel transiente.
Procediamo così per Mbabane, la capitale,
attraverso l'autostrada che la collega a Manzini, opera voluta naturalmente
dal simpatico re, che però non risiede a Mbabane, dato il clima
caldo ed umido, ha pensato bene di costruirsi la reggia nella Ezulwini
Valley, dal clima più consono ad un'esistenza regale. Quasi quasi
mi viene nostalgia dei Savoia... Non entriamo nemmeno a Mbabane, proseguendo
verso nord, giungiamo al fianco del Malolotja Nature Reserve, che si adagia
sul confine col Sud Africa, e qui passeremo qualche ora, finalmente a piedi,
passeggiando in mezzo alla natura, anche troppo come poi vedremo.
Ci fermiamo all'ingresso del parco, al gate
dove risiedono i ranger, chiediamo se convenga fermarci solo qualche ora,
e ci viene risposto che possiamo tranquillamente fare un breve tour fino
alle cascate vicine. Bene è quello che cerchiamo, è appena
passato mezzogiorno ed abbiamo proprio qualche ora in più grazie
al veloce piano di marcia sul quale abbiamo guadagnato tempo. Paghiamo
la misera quota d'ingresso e compriamo qualche schifezza da mangiare al
piccolo negozietto annesso, e ci avviamo all'interno.
Malolotja è una parco naturale molto
esteso, molto bello, adagiato fiero sulle montagne che delimitano il confine
coll'ingombrante vicino, possiede belle vallate grandangolari ad ampio
spaziamento della vista, ma ahimè mal sopporta la concorrenza del
grosso calibro del Kruger, a soli 300 Km di distanza. Così offrendo
tutto sommato un bel ben diddio in termini panoramici, naturalistici ed
ornitologici, conta solo su due elefanti, mancando così la verve
che ne caratterizza i più famosi vicini. Ciò vuol dire che
non vale la pena di venirci apposta, ma trovandovi a passare è un
delitto non fermarsi.
Ed ecco che la nostra Mazda procede sulle
piste, all'inizio rassicuranti di questo enclave naturalistico, ignara
di ciò che le spetterà più tardi. In una brevissima
sosta mangereccia, mi guardo intorno a scruto il paesaggio, una specie
di altopiano ondulato, con poca vegetazione, erba bassa, colori dal nero
del bruciato di qualche giorno prima, al verde intenso che indica dove
l'erba ha già attecchito sulla cenere, con un curioso margine netto
tra il nero ed il verde, probabile segno dell'incrociarsi delle correnti
sul bordo della collina, che hanno impedito la diffusione del fuoco.
Ci rimettiamo in marcia su una pista discreta,
segnata da un binario ciottolato che almeno consente un agevole passaggio,
ma ad un certo punto finisce anche questa comodità e proseguiamo
su una pista in pessimi condizioni, certi che comunque il punto panoramico
è vicino. Infatti da quel punto parte il sentiero, da dove i ranger
ci avevano detto che le cascate si trovavano a poca distanza... a passo
di ranger, io e Buck infatti impiegammo più di un'ora, senz'acqua
e sotto il sole africano (invernale, ma sempre africano), partiti fiduciosi
di arrivare in un balzo, senza preparazione psicologica ed atletica, lasciando
acqua e viveri in auto, calzando scarpe da tortura. Tutto per la buona
fede in quelle testine dei ranger pressapochisti, tanto si sa come funziona
quaggiù: "... at your own risk"!
Ma i nostri eroi, eroici, determinati, raggiunsero
le cascate, lasciando sul sentiero un gruppo di spagnoli morenti che rinunciarono
ad un passo dalla meta.
Al
ritorno poi, tutto quel percorso infernale in salita, appagati però
dal panorama che ci circondava. E gli ultimi metri, in vista del parcheggio,
quando a pochi metri dalla macchina il Buck esausto si spegneva all'ombra
del van degli spagnoli, insomma un'altra avventura per uomini vveri.
La strada del ritorno sembrava troppo facile,
in effetti volevamo evitare di rifare la salita in condizioni pietose,
cosi fidandoci della precaria cartina dei simpatici ranger, che era più
un dipinto che un utile strumento di navigazione, sembrava facile arrivare
all'ingresso stando paralleli alla statale, ma ahimè, peggio che
peggio, dovemmo arretrare e rifare il percorso passando per mulattiere
che avrebbero messo in crisi anche un 'Defender', ma non la nostra mazdina,
sempre che non lo venga a sapere l'Europcar, che per valicare quelle stradine
ho dovuto demoltiplicare la prima sfrizionando per qualche centinaio di
metri, avvertendo il terreno che striscia di sotto... ma gliela abbiamo
fatta, siamo usciti da quel piccolo paradiso dalle strade infernali che
è il Malolotje, e continuiamo verso Piggs Peak su un'asfalto che
sembra di ovatta.
Pigs Peak è una piccola cittadina di
confine, col Sud Africa intendo, dove la catena Protea ha costruito uno
dei suoi hotel spropositati con annesso casinò, perché evidentemente
dal Sud Africa risulta più conveniente o più permissivo venire
qua a spadroneggiare, come in alcuni night clubs della capitale.
Lungo la strada incontriamo alcuni piccoli
venditori di gadgets ed artigianato, che per attirare l'attenzione mettono0
dei ragazzini che agitano a mo' di danza un gonnellino fatto di foglie,
che è una delle cose più divertenti che mi sia capitato di
vedere!
Arriviamo al Protea che ci sembra come al
solito di venire catapultati in un'altra dimensione, tanto è il
distacco dalla realtà che ci circonda, fino agli agi di questi siti.
Ci sistemiamo, docciamo, sbarbiamo, ri-usciamo
per la cena; almeno questa, lontano da questi ambienti, raffinati, comodi,
ma artefatti, con la stessa cucina che potrei trovare ad Amsterdam. Dalla
fida Lonely Planet scegliamo il ristorante dello Highlands Inn, unico albergo
della città se si esclude il Protea, con una vaga atmosfera, strano
posto, strana situazione, veniamo accompagnati nella sala del ristorante...
vuoto, e nonostante tutto ci viene servita una cena più che decente,
mi portano il mio vinello, vintage '99, ad un prezzo stracciato, e ce ne
torniamo al nostro hotel-reggia prima delle nove dall'altra parte della
città, in un buio pesto che potrebbero anche essere le tre di notte,
sarebbe lo stesso!
Ne abbiamo fatte di cose in un solo giorno!
August 25, la meta è il famoso Parco
Kruger, ma con comodo, prima faremo qualche acquisto nel centro di artigianato
adiacente all'hotel, dove quattro o cinque negozietti, offrono delle cose
carine da portarsi a casa ed esibire in salotto. Così acquistiamo
le caratteristiche e bellissime candele lavorate, i soliti animaletti in
pietra e legno scolpiti, etc. tutto ad un prezzo assurdamente basso.
Subito dopo cerchiamo la 'famose' cascate,
piccola attrattiva locale, nei dintorni del Phophonyane Lodge, per raggiungere
il quale occorre sconfinare qualche km su una strada sterrata a lato della
statale. Questo piccolo lodge è stata una piacevolissima sorpresa:
è sorto proprio a fianco delle cascate che danno un bello spettacolo,
il parco circostante è rigoglioso, e le costruzioni del lodge sono
una vera oasi di pace. Certo siamo lontani dai lodge africani propriamente
intesi, niente 'games' e tramonti fiabeschi, o champagne a lume di candela,
ma bisogna riconoscerli un raro buon gusto, un'intimità tranquillizzante,
un servizio umile e funzionale, e prezzi... assurdamente bassi. Sorprende
che la gestione indigena, non sempre all'altezza di realizzazioni imprenditoriali,
abbia dimostrato invece cura ed abilità, il pasto preparato praticamente
solo per noi e servito su un balconcino che dà sulla cascata è
arrivato puntuale senza mancare nulla, indice di preparazione e servizio
al cliente.
Così ce ne andiamo dal Phophonyane
molto contenti, ed in pochi km lasciamo lo Swaziland, dopo un visita lampo
di un giorno e mezzo, che ha lasciato comunque un buon ricordo di uno staterello
piccolo piccolo, ed ingiustamente dimenticato perché schiacciato
dal colosso fiancheggiante.
Ri-entriamo in Sud Africa da Jeppe's Reef,
dopo ca. 150 km siamo al Kruger entrando dal Malelane Gate. Già
siamo al Kruger, quello che è una delle più grandi realtà
di natura intatta ed immutata di tutta l'Africa, un sito storico, voluto
nell'800 dal presidente Kruger, un'immensa area di conservazione dell'ecosistema,
soprattutto faunistico, estesa quanto il Veneto.
Aspettavo questo momento, il ricordo dello
splendido Etosha nella vicina Namibia (a soli 3000 Km !) è ancora
ben a fuoco nella mia mente, tanto che consideravo questo punto come il
migliore del viaggio, e ad onor del vero il Kruger non ha deluso per niente...
solo che... Etosha esce vincente per molti aspetti, prima di tutto la bellezza
dei suoi 'rest camp', che regalavano veri momenti di riposo in intimità,
come dei piccoli esploratori. Poi lo smarrimento che sorprende entrando
nel campo (campo?) di Skukuza, il più grande all'interno del parco,
talmente grande, talmente turistico, da snaturalizzare gravemente l'ambiente,
compromettendo la simbiosi che il fortunato viaggiatore prova con la natura
circostante. Torna la nostalgia del 'piccolo' Hluhluwe, sicuramente ogni
grande organizzazione all'interno di questi parchi appare subito inadatta
ed ingombrante, capisco d'altronde che il costo di mantenimento di una
simile organizzazione (molto ben funzionante) richiede purtroppo un elevato
numero di turisti. Diciamo perciò che chi è rimasto favorevolmente
impressionato dal Kruger passando da Skukuza, rimarrà semplicemente
estasiato trovandosi a passare dalle parti della Namibia del nord.
Va detto, che la parte del campo, con il ristorante,
che si affaccia sull'ansa del fiume Sabie, regala un raro scorcio di bellezza
africana, accessibile dai bungalow, e che i fiumi che scorrono all'interno
del parco, creano dei paesaggi, delle tavolozze tipicamente africane, a
cui va concesso il giusto aggettivo di bellezza sublime. Non saranno molti
i parchi in cui puoi scattare una foto con coccodrilli, fenicotteri, bufali,
ed ippopotami "all-together" !
Si
fa sera... usciamo dal rifugio/bungalow tipo multi- proprietà alla
ricerca del ristorante, inoltrandoci al buio con la mia piletta nel dedalo
di viuzze tra le centinaia di bungalow tutti uguali, che, minchia se non
ti segni il nr. del tuo poi rischi di fare la notte all'aperto! Scorgo
due turisti ai quali chiedo "Sorry, where is the restaurant?" curandomi
di pronunciare bene specialmente il 'where' facendolo suonare con quella
'u' chiusa tipicamente angolosassone... i quali mi rispondono "Ah, si,
yes, it's... dietro, di dietro...", cavoli, ok, rispondo "Parliamo come
mangiamo...".
Dunque
il ristorante tipo atipico, cioè molto standard e poco nature, semmai
tipico di questo parco troppo "globalizzato" e poco regionalista al quale
una bella devolution farebbe sicuramente bene, essendo comunque self-service
non è poi male, certo il calore di Hluhluwe... Ma la posizione sull'ansa
del Sabie immerso nel buio di un nero pesto, dove cenare all'aperto, sfidando
le paranoie malariche del mio secondo, il Buck, rendono lo stesso un ecclatante
bellissimo sapore d'Africa, addirittura incontaminata se si ha la pazienza
di starsene un quarto d'orina su una panchina ad ammirare, scusate, ad
origliare i suoni ipnotici della foresta. Un incredibile concerto di tri-tri,
glu-glu, toc-toc-ritoc, fiuuuu-fiuuu etc., avvolti dal tepore a 18°
di un clima che più bello non si può, sotto un cielo stellato
che... è quasi come quello namibiano, ma mooolto meglio del nostro,
circondati dal nero naturale che è più nero di ciò
che noi riusciamo a concepire, abituati all'illuminazione artificiale ovunque
ci troviamo. Anche Skukuza ha un'anima pura, basta vederla.
26 august of the year 2002- Decidiamo di alzarci
presto, molto presto. Quella mattina non era ancora mattina, faceva ancora
buio, ed i 15 gradi della brezza umida notturna si sentivano quasi fastidiosamente.
Tra meno di sei ore saranno il doppio. Usciamo dal gate di Skukuza verso
le 6.15, intenzionati a sfruttare l'ora migliore per l'avvistamento di
animali: l'alba. A differenza del mondo civilizzato, dove di bestie se
ne vedono a tutte le ore e pure in abbondanza.
Scorgiamo già alcuni uccelli tra la
bassa vegetazione, ed i soliti, numerosissimi impala, poi attraversando
il Sabie per dirigere a nord, vediamo degli ippopotami, di cui un paio
emersi dall'acqua. Intanto sorge piano il sole, purtroppo in anonimato
perché la nebbiolina non rende ben visibile il propagarsi della
luce dalla caratteristica palla rossa, tipica dell'Africa pura dove l'atmosfera
non conosce la presenza di idrocarburi condensati dall'inquinamento. Ma...
ma, a meno di un'ora, verso le 7.15, mentre percorrevamo una direttiva
principale, perciò sull'asfalto, veniamo sorpresi da due leoni,
maschio e femmina, comodamente sdraiati sull'asfalto, non curanti del traffico
bloccato in entrambi i sensi (... e non si tratta di un 'girotondino' sull'autolaghi!).
Diamine! Leoni, finalmente, questo parco immenso che sembrava quasi deludente
ci regala ora una delle prede più ambite di qualsiasi safari di
tutti i tempi e di tutti i luoghi, il senso di appagamento e soddisfazione
totale ci riempie di gioia per questa apparizione fortunata, tanto che
scenderei ad accarezzare i gattoni! I due stanno dormicchiando lanciando
sguardi curiosi ai veicoli che da una decina di metri macinano km di pellicola,
fino a quando, tuttantratto si alzano e percorrono una centinaio di metri
nella direzione opposta, buttandosi ancora sull'asfalto come fosse un bel
sofà, forse alla ricerca di u po' di intimità, subito svanita
dall'inseguimento circospetto dei mezzi presenti in zona, che si ridistribuiscono
intorno ai due felini, sempre col dito nervoso sul grilletto della reflex.
E mancava lo 'sborone' di turno, che passando
sul lato con la sua fiammante 'Defender 110' ci informa che: "...It's not
allowed to block the road" e passa facendo scappare i nostri idoli del
momento. Un po' come se passeggiando su una spiaggia incontri una troupe
che fa le foto per il calendario di Max e tu passi con nonchalanche come
se avessi incontrato Maurizio Costanzo... Ma andiamo, incontrare due leoni
non è cosa da tutti i giorni nemmeno al Kruger, per giove, e siccome
oggi abbiamo culo, dopo due ore, incuriositi dall'ennesimo blocco stradale,
parcheggiamo al ciglio, e veniamo sfiorati da due grosse femmine e quattro
cuccioli, dove una delle femmine scatta in un fulmineo inseguimento di
una sfortunata gazzella passata per caso. E c'era gente appostata da un'ora
che aspettava... ma quando meno te l'aspetti la fortuna arriva da sola.
E non ce l'aspettavamo, ma quel giorno ammo, avemmo, emmo, acc. noi lombardi
non riusciamo a coniugare il passato, volevo dire che avevamo un fondo
quel giorno che poi abbiamo avvistato ancora per due volte i leoni, seppure
da lontano.
In
una sì proficua giornata decidiamo di continuare, sfruttando l'influenza
propizia, così ci inoltriamo sempre più a nord, alla ricerca
dell'elefante, che fino a quel momento non ci aveva ancora soddisfatto
con degli incontri ravvicinati. Ebbene tra un kudu ed un'impala e 50 babbuini,
il Kruger si dimostra ancora il parco delle meraviglie, dove basta chiedere
per venire esauditi (proviamo con quelle del calendario di Max, ma non
funziona...). Vuoi gli elefanti? Ecco gli elefanti! Dovevamo trovarci più
o meno sulla S39 a nord di Satara, quando vediamo una delle solite bruttissime
pozze artificiali, costituite da un muretto circolare alto mezzo metro
e dal diametro di 5/6, decisamente un pugno nell'occhio, invece nel'Etosha
nascondono bene il tutto, lasciando che si formi una pozza nel terreno.
Sbucano un paio di elefanti ad un centinaio
di metri paralleli alla pista, belli ma troppo lontani, perciò proseguiamo
per la nostra strada, ma passato una boscaglia capiamo che quei due erano
l'ultimo pezzo di un branco di 15/20 esemplari che punta dritto ad attraversarci
la strada! Scendo dalla macchina (... voi a casa non fatelo!) per meglio
fotografarli e faccio cenno ad un'auto che si approssima dall'altro senso
di fermarsi perché non vede il branco in cui potrebbe pericolosamente
trovarsi in mezzo, quando all'improvviso il Buck mi avverte che un grosso
maschio si avvicina a noi correndo e sproboscidando e schiamazzando! Gulp,
che colpo, mi vorrei fermare per meglio riprenderlo ma il panico e la faccia
sbianca del Buck mi consigliano di effettuare una vigorosa retro di una
cinquantina di metri, fino a quando il pachiderma infuriato crede di avere
vinto e torna nel branco. Per nulla sconcertato, appena il branco passa
la strada, riparto e mi metto nella migliore posizione per fotografare
qualche bell'esemplare, trascinandomi dietro il mio coraggioso compagno.
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sistemata
a raccogliere o confluire il turismo che dal ricco Transvaal centrale si
riversa sul Kruger e viceversa. Giungiamo puntuali a Hazyview nel tardo
pomeriggio e ne approfitteremo per fare uno shopping evitando l'avaro ed
assolutamente sconveniente free-shop dell'aeroporto di Jo'burg, come già
confermato tre anni orsono.
Visita
il Sudafrica di Eros Mari !
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