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© Fabrizio Ronzi 2004



Da Città del Capo a Johannesburg, dai vini pregiati alla carne di coccodrillo. Di tutto di più, in due settimane "il nostro Sud Africa"

Il kudu di legno sovrasta fiero nel mio salotto. E' un animale magnifico, il più bello tra le antilopi, domina con lo sguardo quando alza la testa, ed eleva le sue lunghe corna avvitate verso il cielo come una spada forgiata da un'artista.
Anche lui ha passato con me un paio di giorni tra aeroporti, cambi di velivoli, accampamenti sulle panchine della 'departure loungue', ed emozioni di motori esplosi in volo tra spettacoli di suoni e di luci. Ha viaggiato per 350 Km in auto e 10000 in aereo, aggrappato alla mia spalla, stretto tra due bottiglie, un Cabernet Souvignon ed un non-meno-buon Pinotage, entrambi vintage 99, e mai l'ho sentito lamentarsi...
Giunto a casa 26 ore dopo il previsto, ora se ne sta buono buono nel mio salotto a rappresentare una parte di quell'Africa che ho vissuto per bene, di corsa, ma intensamente.
Le cose all'andata andarono diversamente, per fortuna. A Cape Town arrivammo, io e Buck pure con un quindici minuti d'anticipo, tanto che l'impiegata dell'operator ci raggiunse ansimando al desk del car rental per 'accoglierci' in Sud Africa, e raccontarci un po' di cosette sul posto, che già avevamo tratto dalla approfondita lettura della Lonely Planet, ma, stavamo lo stesso ad ascoltarla... fino ad interromperla per chiederle informazioni più cospicue, nel senso dove mangiare della buona cucina malese, oppure, che mi dici del buon pesce di Five Flies? Ecchèccentra tutto ciò col Sud Africa, si chiederà il lettore frettoloso (che non arriverà alla fine di questo racconto...), ebbene centra, ed è il risultato di un ambaradan di culture e popoli, già presente in origine, sul quale è stato inserito un particolare ulteriore miscuglio di conquistatori, ri-conquistati, ed immigrati, mescolati nel territorio e nei secoli, ottenendo risultati talvolta sconcertanti, ma che agli occhi del viaggiatore appaiono nella veste superficiale, curiosi ed avvincenti. Mentre basta voltare l'angolo, o meglio la Table Mountain, per rendersi conto della vastità di Cape Town con i suoi immensi sobborghi di Township, e realizzare che questo miscuglio multirazziale è una mina vagante, al momento disinnescata dall'ondata di democrazia post-apartheid, ma ancora potenziale.
Tornando al palato, parliamo del malesi, che qui, nel Capo, immigrarono in cospicui gruppi nei secoli, invogliati dai britannici che cercavano manodopera a basso costo che evidentemente non trovavano nelle etnie indigene Khoisan. Oggi si trovano facilmente alcuni ristoranti in cui assaporare i sapori di questa cultura lontanissima, da noi e dal Sud Africa, ma che qui ha un senso di esistere perché inserita suo malgrado nella storia di questo paese, ed è tenuta ben viva dalla comunità locale, anche e soprattutto attraverso la cucina, che due ispettori del buongusto come noi non possono farsi sfuggire, nel migliore dei modi, o meglio nel migliore dei posti: il ristorante del Hotel Portswood. Lussuoso da fare schifo, caro come il fuoco (in rapporto al luogo...), buono da Dio! Poi se 80 euri in due rappresentano tanto per un pasto eccellente ed esclusivo è da valutare, sicuramente nella nostra Milano è un target normale, quaggiù è un lusso per pochi. E ci addormentammo soddisfatti e pesanti, nel freschino frizzante del Capo invernale.
Ma non fu solo il piacere della tavola, proseguiamo a scoprire Cape Town nei suoi molteplici aspetti e mille sfaccettature di una società più che mai variegata.
La città in sé può apparire deludente, ed in effetti l'architettura non ha lasciato spazio a forme d'espressività tali da catturarne lo spettatore: essa si sviluppa su di un'area enorme, i suoi tre mega-e-passa abitanti accertati, più quelli che non si riescono a contare, sono distribuiti per lo più alle spalle della Table Mountain, in un'immensa area periferica, dalla elegante Costantia patria dei più famosi vigneti, fino alle allucinanti 'Township' eredità dell'allucinante era dell'apartheid, pozze di desolazione ed emarginazione difficile da rimediare, nemmeno in dieci anni di democrazia. E così scendendo dalla M64 che nella direzione opposta porta al famoso 'Capo', quasi all'improvviso appare la parte popolare e popolosa della città, che ci fa realizzare quale proporzione possa avere un'immensa area urbana senza sviluppo verso l'alto (leggi palazzoni o grattacieli...): quasi a perdita d'occhio.
Diversamente, il giorno prima dalla Lion's Head godevamo di un panorama da favola, con la bella Cape Town sotto di noi, la parte costiera di Clifton, quella portuale di Waterfront, i grattacieli del City Bowl, e la bella conca di Woodstock e Tamboerskloof con la Table Mountain a chiudere il panorama, incorniciato nella sua 'cima tempestosa'. Questa è la Città Del Capo da panorama, da cartolina, bellissima e suadente immagine di un mondo che forse vuole riflettere anche la sua speranza nel futuro ed in uno sviluppo economico che non vuole arrivare, in bilico ad una divergenza di distribuzione della ricchezza incolmabile, moralmente inaccettabile, ed economicamente controproducente.
Tornando alla mera visione turistica, da non perdere è la zona costiera che sfugge verso sud, soprattutto al tramonto, quando da Llandudno a Clifton, in un susseguirsi di ville da 'Costa Azzurra', le spiaggette si illuminano di quella luce unica e magica che solo al tramonto può esserci, con quella sensazione di goderne alla svelta perché pian piano si dissolve, aspettando che il sole calante all'orizzonte marino si spenga in una nuvola di vapore a contatto coll'orizzonte marino. Ed il vento che si inventa artista, dipinge con i colori della sabbia e del mare: tutt'intorno la sabbia, che la vedi scorrere veloce a 10 cm d'altezza, per arrivarti addosso a grande velocità, e poi la cresta delle onde, da cui il vento preleva gli spruzzi più alti per lanciarli nell'aria... intorno, in alto, il sole si staglia a ridosso del massiccio dei Twelve Apostoles, chiudendo il quadro idilliaco in una cornice di gran pregio.
Più giù, molto più in basso, ad un centinaio di km, ci attende, inamovibile e roccioso più che mai, un luogo a metà tra il sacro ed il mistico, Il Capo di Buona Speranza.
La strada migliore per arrivarci partendo al mattino da Cape Town, è quella che percorre la splendida False Bay, entrandovi da Muizenberg. Cominciamo da questo paesino, più o meno amena località balneare dei capensi, che ha infatti il pregio di avere una bellissima, larghissima, lunghissima spiaggia, se non fosse per quel maledetto vento che non smette mai. Proseguiamo sulla costa spremendo la piccola Opel Corsa lungo la M4, attraverso paesini dal sapore romantico-coloniale, ed inizia a sopraggiungere quel caleidoscopio d'immagini che non si focalizza mai, ma che cambia in pochi km la visione dell'ambiente, naturale o urbano che sia, regalandoci continue sensazione di somiglianza, a cui accostiamo ora l'Inghilterra pre-vittoriana, ora la Costa Azzurra della Belle-Epoque, fino a sembrare le coste desolate della Manica e poi... niente più di tutto questo. Così molti paesini, fondati come porti d'attracco nella 'comoda' False Bay, come Fish Hoek o Simon's Town, hanno la strana e vaga immagine di un villaggio del 'west', per poi spostare lo sguardo sul litorale e riapparirci come porticcioli bretoni, ma con alle spalle montagne liguri! Ma non è finita, basta spostarsi un paio di km verso sud (verso il capo, verso il polo, verso l'oceano aperto...) per imbattersi in un'anomalia unica: la copia perfetta della spiaggia di La Digue alle Seychelles, infestata da migliaia di pinguini!! Non sono ricostruzioni giapponesi, sono realtà di un piccolo universo unico ed originale, originalissimo, vedere per credere.
Pinguini! (click to enlarge)Il Capo ci aspetta, continua la nostra guida su e giù per le scogliere della False Bay, che ad ogni curva ci lascia attoniti dalla meraviglia, sempre più sù, poiché la strada sale fino ad centinaio di metri dal mare, elargendo scorci e panorami, come si dice, mozzafiato.
Ed entriamo nel 'Cape of Good Hope Nature Reserve', la vasta area protetta che calza tutta la zona per una ventina di km, dove vegetazione, mare, zebre, struzzi, antilopi, e babbuini sono protetti dal mondo.
Un piccolo sentiero ben tenuto porta al vecchio faro e prosegue poi per quello più recente, con il costante, impetuoso, sonoro accompagnamento del 'vento del capo', di cui sinceramente farei a meno. E cammina cammina, si arriva ai piedi del vecchio faro del 1860, e già la veduta tutt'intorno è... come se il mondo fosse sotto di te. Il mio Nikkor 24mm riesce ad abbracciare quasi tutto quanto sta dietro, cioè la penisola ed il parco verso nord, mentre rimonto lo zummettino per fotografare il nuovo faro, costruito nel 1919, per rendere la segnalazione più visibile dalle nebbie che avvolgevano più in alto il faro del 1860. Un sentiero porta fino al limite, con il solito cartello 'at your own risk' che i Sud Africani mettono dappertutto, in rispetto evidentemente della loro unica regola antinfortunistica (!). Prendiamo il sentiero, ripido, scosceso, quasi sospeso tra la roccia ed il mare, in mezzo, proprio in mezzo a panorami rocamboleschi, fino ad una cinquantina di metri del faro estremo all'estremo dell'estremo Capo... Ora mentre io mi godo tutto questo alla luce di una luce 'giusta' che solo noi fotografi evoluti amatori possiamo capire, il Buck mi fa presente che è passata l'una e il suo stomaco reclama un re-fuelling, perciò mi riporta alla realtà, la sua realtà d'epicureo, e ci avviamo verso località costiere meno prese d'assalto dai turisti.
Il Capo di Buona Speranza! (click to enlarge)Fu così che giungemmo a Scarborough, lungo la costa atlantica, dove non si trova la famosa fiera decantata da Simon & Garfunkel, ma due ristorantini che sembravano disposti a fornirci cibo in cambio della iper svalutata moneta locale. Così fummo nutriti con ottimi ed abbondanti piatti di pesce a prezzo irrisorio, almeno confrontato con la realtà delle coste italiche, ma la cui qualità era ben'altro che irrisoria, a Milano avresti detto: "conosco un posticino che fa del pesce favoloso e costa niente" e che poi prendi le ciulate, al contrario di Scarborough, di cui nessun turista si ricorda più, ma noi sì !!!
Partimmo un lunedì in direzione nord. O era nord-est, ma poco conta, importa semmai che ci dirigevamo in quel di Stellenbosch, patria della rinomata produzione enologica.
Peccato per la stagione, che corrispondendo al nostro inverno non esalta la bellezza dei vitigni, coltivati in un ambiente come al solito molto variegato, che accostiamo ora alla Provenza, ora alla Toscana, o alle Langhe, e più avanti al Tirolo... No, non avevamo ancora iniziato il giro delle cantine, era proprio così: un panorama sobrio nella nostra sobrietà!
Tuttavia Stellenbosch non mi ha particolarmente esaltato. Si presenta, come dire, come un ambiente conservatore svizzero, e non per le montagne che la circondano, ma proprio per l'atmosfera che ivi si respira: poca vita in giro, poco traffico, ordine e pulizia, edifici seri, sobri, neoclassici e coloniali. Più neoclassici che mai gli edifici dell'università, talmente importanti ed austeri da sembrare il classico college americano (questa ci mancava...). No, non è questo il momento giusto, penso che marzo/aprile, mesi che dovrebbero corrispondere alla vendemmia, rechino giustizia a questa storica cittadina. E vuoi mettere un buon novello appena sfornato a maggio? Non per tutti.
Lasciamo Coira, oops scusate Stellenbosch, per arrivare a Franschoek, che nella sua intima e ridotta dimensione, si presenta subito gradevole, sviluppata interamente ed unicamente lungo la statale che l'attraversa e ne determina lo sviluppo turistico.
Tutti i numerosi locali, bar, ristoranti, 'curio' shop (negozietti d'artigianato e roba buona) si affacciano sulla strada, dando una buona sicurezza al turista affamato di 'caratteristiche'.
Franschoek fu la prima ed unica colonia francese in terra Sud Africana, fondata durante il 1600 dai circa 200 ugonotti arrivato dalla Francia, e che determinarono con la loro filosofia religiosa una certa marcatura della cultura afrikaner. Alcuni storici fanno infatti risalire alla loro visione dell'uomo [Cristiano e bianco...] salvato dal peccato, e perciò unico eletto alla sopravvivenza eterna, come l'inizio di quella mentalità di superiorità della razza bianca, che travisò poi fino alla triste piaga dell'apartheid.
Lasciamo la zona risalendo e discendendo per il Franschoek Pass, e tornando sulla costa da Strand. La False Bay appare nuovamente dalla sommità del Sir Lowry's Pass, e come appare! Da ca. 500 mt. d'altezza in pochi km si scende fino a livello del mare, la costa sottostante appare come un immenso magnifico anfiteatro naturale, la vista abbraccia la laguna per un diametro di una trentina di km, che in una splendida, limpida e luminosa giornata di sole regala una visione unica, aggiungo: una delle più belle che abbia mai visto! Peccato per l'impossibilità di fermarsi a fotografare per via della strada in viadotto in forte pendenza senza aree di sosta.
Da Strand a Pringle Bay siamo sul lato orientale della False Bay, i magnifici paesaggi vengono esaltati nel pomeriggio illuminati dal sole, e ad ogni curva si apre un nuovo scenario. Il Capo di Buona Speranza si vede nitido, dall'altra parte della laguna, a 30/40 km in linea retta.
Passiamo il limite della False Bay, a Cape Hangklip, dove la strada rientra e non costeggia più il mare, e le nuvole trattenute dalle montagne costiere ora ci tengono compagnia, ma poco importa, siamo quasi a Hermanus, dove pernotteremo una notte.
Hermanus è un altro di quei posti che rendono il Sud Africa sorprendente oltreché affascinante. Nella laguna di un paio di km sovrastata dalla bella cittadina, da sempre le balene si ritrovano in discreto numero per riprodursi, e sono comodamente ed incredibilmente visibilissime dalla costa, avvicinandosi fino a poche decine di metri. Vedere per credere!
Ci sistemiamo al Hotel Windsor, un po' giù di moda, ma comunque ben al di sopra di quanto avevamo utilizzato nei nostri viaggi fino allora. 'Purtroppo' il pacchetto del tour operator forniva solo sistemazione di alto rango, non proprio adatte al nostro rango randagio, ma, come si dice, ci si abitua in fretta al lusso.
Usciamo quasi subito per fare due passi in attesa di 'tirar tardi' (le 9, 9.30), ed arriviamo al famoso punto di osservazione cittadino, da dove scandagliamo il mare senza fortuna quando ad un certo punto, molto lontano scorgo due o tre balene, a ca. un km poteva essere. Non sapevo se essere soddisfatto o deluso, perciò proseguimmo il giretto alla ricerca di un locale dove nutrirsi dello stretto necessario, e col nostro fiuto particolare, scegliemmo il Laughing Fig (...la traduzione è meno immediata di quello che sembra!), senza lode e senza inganno, penso comunque che sia quasi impossibile mangiare male in Sud Africa. Parte un bel Nederburg bianco, che innaffiava un Line Fish; era qualche giorno che mi chiedevo che razza di pesce fosse, poi ho compreso che nel loro inglese avariato significa 'pesce del giorno'... così come poi ho scoperto che i semafori li chiamano 'robot'... curiosità, singolarità.
Fresca frizzante ed umida serata, bagnata da un pioggerellina vaporizzata, che sospettavo fosse lo spruzzo di alcune balene avvicinatesi oltremodo alla costa, Hermanus è un posto freschino, ed andiamo a letto con quella bella sensazione intima di coricarsi al calduccio sotto le coperte, il che al 18 di agosto è una bella esperienza!
Sveglia presto, da militari, intorno alle sette, stavolta la colazione è compresa, e una succulenta 'english breakfast' non me la lascio scappare. Tutti i più belli alberghi e ristoranti di Hermanus, che sono sulla costa, dispongono di ampie vetrate per potere vedere in qualsiasi momento le balene che si avvicinano repentinamente... e questo è buono e bello, ma poi diventa un'ossessione, tanto che in ogni momento avvicinandosi alla finestra, dalla nostra camera, dal ristorante, da ogniddove, trovi sempre una manciata di secondi per dare un'occhiatina ed essere il primo che avvista una balena! Così prima di andare a letto, un'occhiatina al mare al chiaro di luna, al mattino appena alzati e appena infilato gli occhiali... ma fino ad ora manco un tonno!
Così al mattino ancora di buon'ora, infilandoci nell'umidità mattutina che sembra la nostra rugiada di novembre, andiamo al porto, con la speranza di imbarcarci per un 'whale whatching', e per un colpo di culo, pigliamo al volo una bagnarola che sta per solcare le limacciose acque (nda: nota di colore... in questo momento mentre produco, vale a dire scrivo, alla radio danno 'Captain Sensible' col suo arrapante giro di basso. Non centra nulla con questo, non distraetevi...), limacciose dunque, dell'Oceano Indiano... ah no, siamo ancora sull'Atlantico, nel pomeriggio saremo di là!
Strada facendo, incontriamo alcune foche, che la guida ci illustra con orgoglio, ma tanto ce ne importa, vorremo qualcosa di più, di più grosso, dalla Namibia di foche e pingiuini ne abbiamo visti a migliaia, quando finalmente la nostra bramosia di avventura trovò sfogo in una baietta a ca. un'ora di navigazione verso ovest, dove pian piano entrando nel golfetto, incontriamo una balenottera con piccolo, e poi un susseguirsi di cetacei fino ad incontrarne ca. una decina, avvicinandoci fino a 15 mt. Satisfaction. No, non alla radio, soddisfazione per noi di questa proficua gita mattutina, e non era nemmeno mezzogiorno quando la prua ripunta su Hermanus, ed il nostro robusto accompagnatore ci chiede se volessimo indossare degli impermeabili gialli, ma non ci sembrava il caso se non che con la rotta inversa l'impatto frontale con le onde oceaniche produceva degli spruzzi spettacolari che inumidivano completamente il povero Buck, mente io mi rinchiudevo nella mia giacca da velista acquistata in Scozia anni fa!
Ammariamo soddisfattissimi al porto, sogghignando nel vedere altri turisti asciutti in procinto di ripetere il nostro tour.
Ripeschiamo la piccola Corsa, che non è una ragazzina francese, ma un'utilitaria tedesca; Cape Agulhas ci attende proprio dietro l'angolo, ma si tratta di un angolo a 120°, perché qui le distanze valutate sulla cartina ti fregano, e viaggia di qui, corri di là, un po' di sterrato, soliti paesaggi pittorici e pittoreschi, ed eccoci al crocevia del mondo in un paio d'ore abbondanti.
Cape Agulhas! (click to enlarge)E qui non si scherza, questo è uno dei punti cardinali del mondo, è qui che si incrociano, scrutano, sfidano e dividono gli oceani Atlantico ed Indiano, e dove le loro correnti proprie ne fanno un bel cocktail di acque agitate. Quella di Benguela che dal Polo Sud sale e lambisce le coste verso nord fino all'Angola, e quella di Agulhas che scende dal Mozambico lambendo a maggior temperatura la costa e dando vita ad un ecosistema marino che nulla avrebbe da invidiare a quello terrestre, più rinomato solo perché visibile ai più. Non sto a dilungarmi, ma rimando allo splendido articolo di National Geographics 08/2002, che descrive con la passione e professionalità che contraddistingue la testata, tutto ciò che succede sotto queste acque, ed ha dell'incredibile, a cominciare dalla migrazione delle sardine... di cui alcune tonnellate si arenano in modo naturale sulle spiagge, rendendo possibile una pesca... a mano. Per non parlare dei delfini che rompono i flussi migratori e consentono facili bocconi di sardine agli squali toro... Leggere per credere.
E siamo qui, davanti all'obelisco che indica con precisione, alla destra l'Atlantico, alla sinistra l'Indiano. Foto di rito, passeggiamo per qualche metro, incontriamo un pinguino solitario, ammiriamo le onde che s'infrangono sugli scogli, osserviamo il mare impetuoso e... ma quella è una balena! Cavoli, ormai riconosco subito uno spruzzo d'acqua, quella a una ventina di metri da noi è una grossa balena... Sorprendente Sud Africa.
Lasciamo questo posto mitico, ma che dico, sacro (!), e nel piccolo abitato alle spalle del faro ci fermiamo ad un piccolo 'fish & chips' per un piccolo spuntino dal piccolo budget. La gestante, anzi no, la gestrice ci informa subito che dispone solo di fish and chips (e volevo vedere se ch'avevi pane e nutella), un semplice, squisito fish and chips con coca cola, fatto con un pesce talmente fresco che si dibatteva anche se fritto, alla modica cifra di 28 Rand per due. Vale la pena di tradurre, ca. 2.7 Euro! Complimenti ai tour operator che ti mandano in rovina nei mega alberghi... mi dispiace per loro, ma questo è il vero Sud Africa.
Rimettiamoci in strada, dobbiamo essere a Knysna per la sera, da dove ci separano ca. 250 Km, antipatici da fare alla sera, quando dopo le sette piomba un buio fitto e non c'è in giro nessuno come se fosse mezzanotte ad Abbiategrasso. Dobbiamo rientrare nell'entroterra per una trentina di km, fino ad 'agganciare' la N2 all'altezza di Swellendam. Viaggiamo in mezzo a campi coltivati, che secondo la coltura disegnano piccoli quadri particolareggiati, ora dai filari di grano, tabacco, o giallo forte acceso dello zafferano. Gran bella cittadina questa Swellendam, merita una visita e se possibile una sosta, e non solo per le caratteristiche case dai tetti di paglia, ma anche e direi soprattutto per la bellezza della particolare atmosfera, che definirei post-coloniale tranquillamente adagiata sul suo lento ritmo di vita. Ma il nostro programma scorre impetuoso e dobbiamo purtroppo continuare dopo avere sorseggiato un caffè sotto la romantica veranda di un simpatico bar.
Aggrediamo la N2 per macinare quei duecento stancanti e lunghi kilometri verso Knysna, minchia che guidata oggi, avrò fatto 400 km. tra una palla e l'altra... anzi tra un oceano e l'altro!!!
Arrivammo a Knysna che erano già quasi più o meno le otto, e ci scaraventiamo nel bellissimo ed elegante Protea Knysna Quays, il solito hotel di alto rango, che ci farà impallidire quando il giorno dopo attraversavamo nel mezzo la township dietro alla città: lusso sulla miseria, un bell'impatto di vita, un pezzo di realtà della società Sud Africana, due mondi a due km di distanza.
Era dunque sera quella sera, e dalla Lonely Planet, sempre ben affidabile scegliamo un locale dove mangiare un 'boccone', e la scelta cade su 'De Oude Fabriek' del quale vale la pena dilungarsi, essendo stata la migliore esperienza gastronomica di un viaggio sorprendente anche per questo aspetto. Fugacemente tradotto nel 'Vecchio Fabrizio' sta invece per 'La Vecchia Fabbrica' essendo ricavato da un antico laboratorio di falegnameria (attività principale della zona), questo locale caratteristico e singolare, arredato con gusto e gestito con competenza, propone piatti tipici pescati nella caleidoscopica proposta Sud Africana, e ci ha subito catturati proponendoci un piatto per palati voraci: un bel 'Venisom' di selvaggina, comprendente carni di kudu, springbok, struzzo e... coccodrillo. Come potevamo resistere, il tutto accompagnato da una zuppetta tipica degli Zulu, l'Amadombolo, fatta con le erbe della foresta, e con aggiunta di un piatto di verdurine prelibate, annaffiato con gusto da un sublime Cabernet Souvignon, e terminato dalla solita Amarula... un'esperienza che consiglio di non mancare assolutamente a chi si trovasse dalle parti di Knysna. Assolutamente.
20 agosto, ci svegliamo nella bella, troppo bella, ed ampia camera del Protea Quays, dal terrazzo abbiamo una bella vista sul porto turistico della laguna di Knysna. La città si sviluppa nella parte nord-est della laguna omonima, salendo un poco sulla collina retrostante, mentre nella dorsale a sud si vedono alcune deliziose villette, in posizione strategicamente elegante.
La visita alla laguna non riserva grosse sorprese; la parte più bella è sicuramente la stretta imboccatura che la collega con l'oceano, entro la quale, per effetto della compressione delle correnti, si formano delle ondate spettacolari, ed in contrasto con la calma piatta all'interno, questo tratto di mare è sempre impetuosamente agitato e le scogliere a strapiombo completano lo spettacolo.
Il breve tour si svolge in un paio d'ore, poi la mattinata prosegue a zonzo per la cittadina, alla ricerca di souvenir e varie. La città è una delle più turistiche della costa della 'Garden Route', perciò non mancano occasioni di acquistare interessanti prodotti artigianali, e si nota che qui il commercio trascina bene, ad esempio la città è la più rinomata del Sud Africa nella lavorazione del legno, grazie alle folte foreste dell'entroterra, perciò la fabbricazione ed esportazione di mobili è una affermata attività. Girovagando tra i negozi, mi imbatto in una giovane commessa, un gustoso cioccolatino ambrato, intrigante visione, tale che non mi ricordo cosa trattasse quel negozio. E mi vengono in mente alcuni tra i primi, coraggiosi e stravaganti esploratori, che quando si stabilirono in zona, ebbero in dote dai capitribù une ventina di mogliettine così... bei tempi.
Vagando tra animaletti di legno ed onice di tutti i tipi, ci imbattiamo in svariate uova di struzzo, poste in vendita così come sono (svuotate...) o decorate in mille modi, a mano o aerografate. Io mi acquisto una bella tovaglia con disegni animaleschi in tinta blu, che fa pendant con il mio arredamento.
E quando viene mezzogiorno e l'appetito ci distrae dalle attività culturali, scendiamo verso il quays, la bella e nuova zona portuale, o meglio diportuale, in uno dei tanti localini sui moli che , a prezzo assurdo, offrono assaggi di ostriche, altro rinomato prodotto locale.
Dopo il refuelling, briefing con la Lonely Planet in mano, dalla quale scegliamo un itinerario per il pomeriggio, optando per il Prince Alfred's Pass, e qui ve lo voglio dire, la mitica guida ha toppato!! Cito testualmente da pag. 286: "... attraverso il bellissimo Prince Alfred's Pass ... essendo il manto stradale piuttosto accidentato...". Allora diciamo che alla sommità del passo non c'è nessun splendido panorama, e per quanto riguarda la strada, oltre ad essere accidentata, se poco prima ha piovuto, rischiate seriamente di impantanarvi se non avete un vero 4x4. Lettore avvisato, turista salvato...
La strada che porta al passo, passa (...) per la township di Witlokasia, e l'attraversa in mezzo, dove essendo la baraccopoli sviluppata sulla dorsali della colline, permette di vedere bene questa triste e vergognosa realtà: sui nostri lati centinaia di baracche di legno e lamiere, auto abbandonate, panni stesi al vento, bambini che stanno nel fango, immondezzai improvvisati, colonne di fumo che salgono in cielo. Non c'è altro da aggiungere.
Scendiamo per la stessa strada, cerco di fare delle foto, ma senza fermarsi è difficile, non sarebbe salutare fermarsi ad ammirare come fosse un'attrattiva turistica, cerco di fermare nella mente con lo sguardo questi istanti di una realtà incredibile di cui si spera vada in estinzione col passare del tempo.
A sera, a volte ritornano, non sono gli zombi, anche se quando affamati possiamo sembrarlo, siamo noi che evitiamo di scoprire nuovi ed interessanti locali, per tornare nel nostro 'De Oude Fabriek'. Il simpatico gestore, un personaggio tratto dai racconti del 'Great Trek' degli antichi Boeri, e direttamente catapultato nel XXI secolo, ci accoglie con simpatia: "Welcome gentlemen, so you come back in my home", quale miglior preludio ad una (altra) gustosa cena. Sistemati nel salone superiore, su un un enorme pavimento di legno, a lume di lampada a petrolio, stavolta scelgo il mega piatto di seafood del giorno, che mi viene servito in un tripudio di gamberetti, gamberoni, brodino di cozze, e un paio di pesci che non so che siano ma erano buoni da dio! Salta il tappo di un soave Nederbugh bianco, ed alla fine un buon cherry vintage, dopo il dolce è stato la ciliegina sulla torta! Per l'esagerata cifra di 47E in due. Un'esperienza che consiglio di non mancare assolutamente a chi si trovasse dalle parti di Knysna. Assolutamente.
21 agosto, ennesimo lungo trasferimento, per il primo pomeriggio dobbiamo essere a Port Elizabeth per volare direttamente a Durban. E voliamo veloci spremendo la piccola Corsa lungo la N2, toccando medie impensabili, e beccando un policeman con tanto di laser, che poi speriamo di non trovare alla Europcar un impiegato che ci sventola la multa!
All'aeroporto ennesimo problema con il coltellino che porto nel bagaglio a mano e che mi tocca tornare indietro ad infilare nella valigia, che un impiegato Southafrican mi è andato a prendere direttamente dall'aereo... mo' speriamo che ce la riporti! Passo il check point, sono quasi sull'aereo e mi accorgo di non avere il giubbotto che ho lasciato al check point, corro indietro, lo riprendo, ricorro sull'aereo... riuscirò ad arrivare a Durban? Si, come no, un paio d'ore dopo scendiamo nell'aeroporto della grande, cosmopolita (già...) e saporita Durban. Già perché un aggettivo che potrebbe descriverla è proprio... saporita, non so come mi è venuto, forse da qual insieme di colori, sapori, odori, che si muove in continuazione, quel forte sapore d'indiano che permane in ogni angolo dietro al lungomare, o quell'esperienza al ristorante indiano che è rimasta ancora una piacevolissima sorpresa di questo strano, indefinito Sud Africa.
Prendiamo possesso della bella (eufemismo, era un rottame, rinoleggiato dalla concorrenza. Certe cose Europcar non dovrebbe farle!) Mazda 323 'Tazzo', e in men che non si dica, scendiamo sul lungomare, la zona più bella, elegante, dove gli hotel più 'in' fronteggiano il bellissimo e caldo lungomare, e vediamo il nostro l'Holyday Inn. O meglio uno dei tre che ci sono a poche centinaia di metri l'uno dall'altro, ed il nostro è il 'North'. Altro hotel di grido, di statura, talmente di statura che rende un'estrema distanza dalla realtà dove è inserito, tanto sono tutti uguali questi alberghi in tutto il mondo. Beh una nota di merito occorre riconoscerla, la gestione del Holyday Inn ha creato tre ristoranti, uno migliore dell'altro! Non per niente strapieni e addirittura consigliati dalla bibbia (LP), tanto che il ristorante 'Jewell of India' ci ha lasciato un ottimo ricordo, con la solita bottiglia di vinello locale... Durban 3,2 mega abitanti, suppergiù, sempre che riescano a contare tutti quelli che stanno nelle Townships, è una città con due facce ben distinte: dal 32° piano del nostro hotel, godiamo di una vista unica, la zona del lungomare, una specie di Miami subtropicale, ed alle spalle la città mezza indiana e mezza africana, con una linea netta di demarcazione riconoscibile dalle vie subito dietro al lungomare. Nei quartieri dietro, una vita incessante popola di giorno le strade dei quartieri, commerci, mercatini, gira di tutto di più, e si vedono le donne di colore portare in bilico perfetto sulla testa il sacchetto della spesa!
22 agosto, m'alzo di mattino presto, e mi accorgo che il cibo indiano è piuttosto di pesante digestione! Maledizione, viaggerò per 300 km lungo la costa con una deviazione finale all'interno, soffrendo d'ogni scossone, sorretto dall'Aulin, rimedio universale per situazioni spiacevoli, sobbalzato anche dalla guida improvvisata del Buck, che a mezzogiorno ha anche il coraggio di farsi un piatto di calamari e patatine fritte, invece di digiunare con me!
Ma va bene lo stesso, prima o poi capiterà anche a te, e vedrai...
Siamo quasi a Hluhluwe, viaggiamo su una lunga dritta strada dopo Somkele, e vediamo curiosamente centinaia di studenti che percorrono a piedi la strada, di ritorno probabilmente dalle lezioni, tutti uguali, neri, in divisa. Curiosità.
Arriviamo poco dopo le due del pomeriggio al Nyalazi Gate, l'ingresso principale del parco, creato nel 1895 ed oggi più che centenario, derivato dall'unione dei territori di Hluhluwe e Umfolozi. A proposito, non contorcetevi cercando di pronunciarlo, evitate figure coi locali: in lingua Zulu 'H' si pronuncia 'sch', perciò diventa schlùschlùve. Curiosità.
Questo parco, uno dei più antichi del Sud Africa è veramente un piccolo gioiello, anche se piccolo è un aggettivo che ha senso in confronto alle distese Sud Africane, esso misura ca. 90 km per 60, proprio piccolo non è. E nemmeno piccola è la densità d'animali, tra le più alte in assoluto; questo infatti è il parco dove vedrete più rinoceronti in assoluto, e scusate se è poco. E' possibile vedere tutti i 'Big Five', leoni, elefanti, leopardi, bufali e, appunto rini, sono presenti in cospicua quantità, poi come al solito, va a culo!
Nella sede dei ranger del Mpila Camp, potrete vedere affisso un cartello recante il conteggio aggiornato di tutti gli animali presenti. Fa un po' sorridere leggere 'ca. 25 ipphos', e ben 1538 impalas... voglio vedere quel ranger a cui capita il turno di contarli, almeno gli ippopotami stanno fermi anche se in immersione! Curiosità.
Stranamente gli elefanti, presenti in ben 350 esemplari, non sono di facile visibilità (almeno per noi) nonostante le dimensioni, mentre farete incetta di zebre, gnu, impala, springbok, giraffe, babbuini e qualche magnifico kudu. Un'altra particolarità è che Hluhluwe è completamente cintato, 'fenced', dato le ristrette dimensioni, non si potrebbe consentire agli animali di muoversi e migrare liberamente, ci troviamo per cui un'enorme zoo all'aperto, dove l'ecosistema dove sempre essere tenuto sotto controllo, ad es. equilibrando la popolazione di erbivori predati dosando il numero di impala, che costituiscono le prede preferenziali dei carnivori.
Impala! (click to enlarge)Comunque sia vi porterete a casa uno splendido indelebile ricordo di questo 'piccolo' gioiello.
Entriamo quindi dal Nyalazi Gate ancora in tempo utile per vedere qualcosa, e seguiamo la strada verso nord, cioè verso il bellissimo Hilltop Camp, dove risiederemo per soli due giorni. Dopo l'affascinante ed unica esperienza namibiana nel grande Etosha Park, trovarmi in un parco su una strada asfaltata mi lascia già male... ben altra atmosfera regala il viaggiare sullo sterrato... ma proseguiamo, anzi svoltiamo su una pista laterale, un bello sterrato finalmente, sempre seguendo la cartina, vorrei mai perdermi in questo ambiente, bellissimo fino al tramonto, piuttosto inquietante dopo.
Immediatamente iniziano gli avvistamenti, ed il ricordo dell'Etosha mi riporta alle emozioni dei primi avvistamenti di animali della mia vita, intendo di animali veri in libertà vera in un'ambiente vero!
Gnu, e poi qualche impala e springbok, zebre, e subito tre rini bianchi. O quale emozione! Mai visti prima, in Namibia solo di notte e da lontano. Vediamo lungo la strada una giraffa vicino ad una pozza d'acqua, e la stiamo ad osservare. La pazienza è un'arma preziosa per osservare in questi casi, ed ecco che sbucano altre due, no tre, anzi ben quattro giraffe che si avvicinano piano, scrutando in giro alla ricerca di cattive compagnie. Quando si abbeverano infatti sono indifese, non possono guardarsi intorno, e tornare su dalla posizione di bevuta, richiede alcuni secondi, sufficienti ad un veloce predatore per farsene un boccone. Per Giove che vita! La giraffa è un animale bellissimo, carino, con quello sguardo curioso, che ti sta a scrutare cercando di capire chi sei, con quel collo lunghissimo e quella forma assurda, ma con quella stupenda pelliccia disegnata in tonalità giallo/marroni, queste poi che sono giraffe reticolate sono davvero belle. E con i loro lunghi colli che escono dalla vegetazione di media altezza, sono uno delle immagini più belle che l'Africa possa dare!
Arriviamo a Hilltop in tempo utile, le porte dei campi nei parchi chiudono infatti al tramonto, verso le 18 per riaprire all'alba verso le sei, e chi arriva tardi viene pesantemente ripreso dai ranger che in alcuni casi bucano anche le gomme delle macchine dei malcapitati. Dicono...
Hilltop è un gioiello, è uno di quei piccoli lodge governativi, per cui a prezzi accessibili, non vorrei dire bassi sennò li tirano su, ma lo dico, assurdamente bassi per la bellezza e la posizione del posto e per gli agi che in ogni caso consente. Situato in cima ad una collina (Hluhluwe è tutto collinare, altra bellezza caratteristica) , offre sistemazioni in spaziosi, bellissimi, bungalow, dotati di piccola cucina, bagno e balconcino sul mondo, dal quale è già possibile talvolta vedere gli animali. Dal ristorante la vista spazia nelle vetrate circolari su un orizzonte di alcune decine di km, e per il posto, l'arredamento, l'atmosfera il tutto riesce a rendere proprio bene. Dal bar pende una pelle di leone, quel migliore invito per starsene a sorseggiare un drink, per tirare le nove e mezza, oltre le quali è come se fossero le due di notte a Varese: non c'è in giro più nessuno!
Impala! (click to enlarge)23 agosto, ore 5.15 sveglia! In piedi presto per il safari a piedi nel bush, assistiti e scortati dal ranger armato, che fa contemporaneamente da guida e guardia. Scendiamo in auto tra le colline, il sole appare timidamente nel frescolino umido della notte, e tutt'intorno si mischia la luce solare albeggiante nella nebbiolina della rugiada in evaporazione, mentre la temperatura sale dai pochi gradi della notte. Maledizione mi ero messo in stile: pantaloni da trekking e camicia da milite, con le Nike nere, un bel completo in tema, moderatamente elegante, certamente consono al luogo ed al momento. Se non fosse che la rugiada che bagnava tutto e l'incredibile quantità di cacche in giro mi hanno conciato male! Fa niente, superiamo questi atteggiamenti borghesi e godiamo di questi momenti unici ed incamminiamoci... nella foresta con il nostro ranger che inizia a raccontarci le cose che vediamo: due, tre giraffe da lontano, non finiranno mai di piacermi quei lunghi colli che sbucano dal bush, e ci racconta che solo le femmine hanno quelle specie di corna perché i maschi le perdono da giovani scontrandosi. Almeno in natura esiste un caso in cui le femmine hanno le corna!
Zebre all'alba! (click to enlarge)Poi le zebre, che ci racconta essere rigate perché nel pericolo girano intorno al leone confondendolo con la visione continua di righe avanti ed indietro... e poi le cacche, tantissime e ovunque, calpestante dalle mie preziose Nike, ad un certo punto arriviamo in una fossa piena di ..... appunto, ed il ranger ci dice che si tratta del rinoceronte bianco che usa così di marcare il territorio. Cammina cammina, saranno state le sette del mattino, che ti incontriamo quattro o cinque enormi rini bianchi, a ca. 20 mt. da noi. E' veramente una bella sensazione di essere in balia di queste bestie enormi in mezzo alla savana, con pochi alberi intorno, ricordandoci che il ranger ci avvisò che in caso di pericolo si può sempre saltare su di un'albero...! Questi splendidi ed inquietanti animali ci fissavano, dato che la presenza di un piccolo (già grosso come un pony!) li metteva sull'attenti. Curioso notare come fu denominato 'bianco' questo tipo di rinoceronte africano: i primi coloni olandesi notarono che rispetto a quello nero, aveva il corno più lungo ed il muso allungato, da cui la denominazione di 'wide', che gli inglesi fecero loro come 'white'... sempre molto acculturati questi predoni coloniali! Continuiamo il cammino scendendo nella valle, dove ad ogni cinguettio il ranger ci informa di quale uccello si tratti, mentre ad un certo punto avvistiamo i solito impala, strano non averli ancora avvistati dato che di antilopi l'Africa è strapiena, e la simpatica guida ci racconta che gli impala sono il cibo prelibato dai predatori perciò nei parchi più piccoli, come appunto questo, vengono usati per controllare e bilanciare la popolazione di antilopi: un maggior numero di impala salvaguardia altre specie predate, dato che i leoni si concentrano su questi. Quante cose si imparano lontano da casa... Torniamo al parcheggio puntuali alle otto, che senso di soddisfazione sono solo le otto e abbiamo già vissuto a lungo. L'altro gruppo non si vede ancora... e nemmeno risponde alla radio, minchia saranno stati vittima di un attacco di rini, o di leoni, o di una carica di elefanti? Mentre scrutiamo la savana, altri turisti si fermano, mettendosi anche loro a guardare, pensando che avevamo individuato un animale particolarmente raro, tipo uno stegosauro e un pterodattilo, e qualcuno mi chiede: "What are u looking?". Trattengo le risate e li informo che stiamo solo cercando di avvistare l'altro gruppo di escursionisti!
Rientriamo al campo per darci una ripulita, e senza perdere tempo usciamo per scorazzare verso la zona di Umfolozi, su e giù per le colline, tra bufali che attraversano all'improvviso, gnu, migliaia di antilopi, giraffe qua e la, babbuini sugli alberi, etc. Nella pianura che divide Hluhluwe da Umfolozi, finalmente, con grande soddisfazione avvistiamo due elefanti nella foresta, due enormi pachidermi, bellissimi, incorniciati dalla vegetazione, che ci guardano con quegli occhi laterali che ti inchiodano lì per li. Era ora, qui ci sono ca. 350 elefanti, e date le dimensioni, non sarebbe difficile avvistarne altri, dato che il parco è pure cintato. Proseguiamo per il Mpila Camp, a ca. 60 km dal nostro Hilltop, e poi continuiamo per le piste circostanti, ma senza grande soddisfazione, perciò ci fermiamo per la meritata pausa a sgranocchiare un panino presso il centro turistico che funge da controllo ed ospedale per i rinoceronti. Un rapido rifornimento di cibarie, ed un rapido sguardo al mercato di souvenir e cianfrusaglie, che è bene comprare qui, altrimenti dal Kruger in su i prezzi aumentano non poco.
Torniamo scrutando qua e la, ma di elefanti nemmeno l'ombra, e che ombra farebbero con quelle dimensioni! Il Buck guida veloce, pensa di essere al rally, ma dobbiamo essere giù al fiume per le tre, per fare il giro in barca. Ma accidenti quando arriviamo un simpatico ranger fancazzista ci informa che in questo periodo il fiume è in secca e la barca non va... allora proseguiamo in questa zona a nord del parco sbirciando lungo il fiume alla ricerca di coccodrilli ed ippopotami, ma niente.
Scimmiette! (click to enlarge)Solo le solite scimmie e scimmiette, alcune dalla caratteristiche palle blu (!), e naturalmente antilopi, impala, springbok e qualche magnifico kudu. Ma che giornata, iniziata alle sei del mattino e finita al tramonto, pensiamo mentre notiamo il sole basso sulle colline, e spariamo qualche flash negli occhi agli ultimi animali che avvistiamo.
August 24, manco a dirlo, mattino presto, ci alziamo, facciamo colazione con i biscottini acquistati nei markets in giro, non abbiamo mica tempo da sprecare per la colazione, a fine mattinata dobbiamo essere già nello Swaziland, e la tabella di marcia non si discute!
Mi affaccio alla finestra del lodge per dare uno sguardo al sole che albeggia, e... scorgo a pochi metri tre zebre che brucano l'erba pacificamente! E' sempre un dispiacere lasciare un parco africano, è come perdere una scheggia di vita, anche se tra un paio di giorni saremo di nuovo nel mitico Kruger, ma questa sarà un'altra storia.
Uscimmo da Hluhluwe attraverso il gate a nord, il Memorial Gate, ed attraverso una lunga e dritta via che non smarrimmo, giungiamo al border con lo Swaziland più che in tempo, da dove, espletate le procedure doganali, entriamo nel Regno Autonomo.
Lo Swaziland è una piccola enclave tra Sud Africa e Mozambico (l'altra è il Lesotho, più a sud), che ha abilmente resistito a colonizzazioni e colonizzatori ed è rimasto un regno guidato dalla stessa dinastia, che conta oggi su Mswati II°, un nobile e leggermente egocentrico monarca un po' fuori dai tempi e forse un po' fuori dalla realtà. Troverete spesso la sua immagine nei pubblici uffici, esercizi commerciali, e cartoline!
Non siamo in un paese propriamente povero, ma le condizioni economiche, con la ricchezza concentrata nella mani del re ed amici degli amici, unita alla devastante diffusione dell'Aids fanno quel che possono per rendere poco simpatica la situazione.
E' una piccola terra di poco più di un milione di abitanti, grande più o meno come la Lombardia, con la sfortuna di non offrire niente di eclatante a differenza dei vicini che confinano o circondano, poca agricoltura, poche o niente industrie, poco turismo, fornitore di manodopera emigrante per l'industria pesante Sud Africana.
Ma scovando bene qualcosa si trova, ci sono infatti alcune riserve private e parchi nazionali governativi, che seppure senza i 'Big Five', almeno paesaggisticamente lasciano il visitatore meravigliato ancora una volta di quello che l'Africa nella sua verginità ambientale può ancora offrire.
Così attraversiamo il confine e poniamo le quattro ruote della nostra antidiluviana Mazda sulla strade del luogo, scoprendo da subito che i carburanti costano sensibilmente meno, perciò dietro al confine appaiono alcune stazioni di servizio in successione.
Passiamo Lavumisa sulla MR8, in direzione Manzini, la principale città, con la speranza di entrare nel Mkhaya Game Reserve che incontreremo un centinaio di km più avanti. Infatti arrivati a quello che pare essere il gate di ingresso, un nugolo di ragazzini ci assale, infilando le braccia nel finestrino; cerco qualche monetina per loro, ma ciò ha l'effetto dirompente di aumentare l'affollamento al mio finestrino, finchè finite la monete becco il più grande e chiedo informazioni, che ottengo in un'inglese stentato, confermandomi essere proprio lì la nostra riserva privata, la più bella del paese.
Strano comunque, un cartello stremato inchiodato su un palo di legno mi indicherebbe sto' posto... mah, ma ecco che arriva a piedi un ranger in divisa cotanto di radio alla cintura, un vero ranger per giove, con cucito lo stemma della Mkahya Reserve, meglio di così... ci informa però che benché possibile, l'ingresso per mezza giornata non è conveniente, costando per 250 Randoni a testa, ed anzi prende l'occasione di chiederci un passaggio verso Manzini, dove è diretto attendendo l'autobus, che, passa quando passa.
Portiamo così il simpatico personaggio con noi, che, una volta giunti in città, mi è sembrata una mossa opportuna: Manzini è sicuramente un posto atipico, ma è anche l'unico finora dove non ho visto un bianco in giro, con centomila abitanti e le strade affollate di gente!
Mi sentivo un tantino fuori luogo, non spaventato, ma piuttosto a disagio, non avrei voluto bucare una gomma in quel transiente.
Procediamo così per Mbabane, la capitale, attraverso l'autostrada che la collega a Manzini, opera voluta naturalmente dal simpatico re, che però non risiede a Mbabane, dato il clima caldo ed umido, ha pensato bene di costruirsi la reggia nella Ezulwini Valley, dal clima più consono ad un'esistenza regale. Quasi quasi mi viene nostalgia dei Savoia... Non entriamo nemmeno a Mbabane, proseguendo verso nord, giungiamo al fianco del Malolotja Nature Reserve, che si adagia sul confine col Sud Africa, e qui passeremo qualche ora, finalmente a piedi, passeggiando in mezzo alla natura, anche troppo come poi vedremo.
Ci fermiamo all'ingresso del parco, al gate dove risiedono i ranger, chiediamo se convenga fermarci solo qualche ora, e ci viene risposto che possiamo tranquillamente fare un breve tour fino alle cascate vicine. Bene è quello che cerchiamo, è appena passato mezzogiorno ed abbiamo proprio qualche ora in più grazie al veloce piano di marcia sul quale abbiamo guadagnato tempo. Paghiamo la misera quota d'ingresso e compriamo qualche schifezza da mangiare al piccolo negozietto annesso, e ci avviamo all'interno.
Malolotja è una parco naturale molto esteso, molto bello, adagiato fiero sulle montagne che delimitano il confine coll'ingombrante vicino, possiede belle vallate grandangolari ad ampio spaziamento della vista, ma ahimè mal sopporta la concorrenza del grosso calibro del Kruger, a soli 300 Km di distanza. Così offrendo tutto sommato un bel ben diddio in termini panoramici, naturalistici ed ornitologici, conta solo su due elefanti, mancando così la verve che ne caratterizza i più famosi vicini. Ciò vuol dire che non vale la pena di venirci apposta, ma trovandovi a passare è un delitto non fermarsi.
Ed ecco che la nostra Mazda procede sulle piste, all'inizio rassicuranti di questo enclave naturalistico, ignara di ciò che le spetterà più tardi. In una brevissima sosta mangereccia, mi guardo intorno a scruto il paesaggio, una specie di altopiano ondulato, con poca vegetazione, erba bassa, colori dal nero del bruciato di qualche giorno prima, al verde intenso che indica dove l'erba ha già attecchito sulla cenere, con un curioso margine netto tra il nero ed il verde, probabile segno dell'incrociarsi delle correnti sul bordo della collina, che hanno impedito la diffusione del fuoco.
Ci rimettiamo in marcia su una pista discreta, segnata da un binario ciottolato che almeno consente un agevole passaggio, ma ad un certo punto finisce anche questa comodità e proseguiamo su una pista in pessimi condizioni, certi che comunque il punto panoramico è vicino. Infatti da quel punto parte il sentiero, da dove i ranger ci avevano detto che le cascate si trovavano a poca distanza... a passo di ranger, io e Buck infatti impiegammo più di un'ora, senz'acqua e sotto il sole africano (invernale, ma sempre africano), partiti fiduciosi di arrivare in un balzo, senza preparazione psicologica ed atletica, lasciando acqua e viveri in auto, calzando scarpe da tortura. Tutto per la buona fede in quelle testine dei ranger pressapochisti, tanto si sa come funziona quaggiù: "... at your own risk"!
Ma i nostri eroi, eroici, determinati, raggiunsero le cascate, lasciando sul sentiero un gruppo di spagnoli morenti che rinunciarono ad un passo dalla meta.
Swaziland! (click to enlarge)Al ritorno poi, tutto quel percorso infernale in salita, appagati però dal panorama che ci circondava. E gli ultimi metri, in vista del parcheggio, quando a pochi metri dalla macchina il Buck esausto si spegneva all'ombra del van degli spagnoli, insomma un'altra avventura per uomini vveri.
La strada del ritorno sembrava troppo facile, in effetti volevamo evitare di rifare la salita in condizioni pietose, cosi fidandoci della precaria cartina dei simpatici ranger, che era più un dipinto che un utile strumento di navigazione, sembrava facile arrivare all'ingresso stando paralleli alla statale, ma ahimè, peggio che peggio, dovemmo arretrare e rifare il percorso passando per mulattiere che avrebbero messo in crisi anche un 'Defender', ma non la nostra mazdina, sempre che non lo venga a sapere l'Europcar, che per valicare quelle stradine ho dovuto demoltiplicare la prima sfrizionando per qualche centinaio di metri, avvertendo il terreno che striscia di sotto... ma gliela abbiamo fatta, siamo usciti da quel piccolo paradiso dalle strade infernali che è il Malolotje, e continuiamo verso Piggs Peak su un'asfalto che sembra di ovatta.
Pigs Peak è una piccola cittadina di confine, col Sud Africa intendo, dove la catena Protea ha costruito uno dei suoi hotel spropositati con annesso casinò, perché evidentemente dal Sud Africa risulta più conveniente o più permissivo venire qua a spadroneggiare, come in alcuni night clubs della capitale.
Lungo la strada incontriamo alcuni piccoli venditori di gadgets ed artigianato, che per attirare l'attenzione mettono0 dei ragazzini che agitano a mo' di danza un gonnellino fatto di foglie, che è una delle cose più divertenti che mi sia capitato di vedere!
Arriviamo al Protea che ci sembra come al solito di venire catapultati in un'altra dimensione, tanto è il distacco dalla realtà che ci circonda, fino agli agi di questi siti.
Ci sistemiamo, docciamo, sbarbiamo, ri-usciamo per la cena; almeno questa, lontano da questi ambienti, raffinati, comodi, ma artefatti, con la stessa cucina che potrei trovare ad Amsterdam. Dalla fida Lonely Planet scegliamo il ristorante dello Highlands Inn, unico albergo della città se si esclude il Protea, con una vaga atmosfera, strano posto, strana situazione, veniamo accompagnati nella sala del ristorante... vuoto, e nonostante tutto ci viene servita una cena più che decente, mi portano il mio vinello, vintage '99, ad un prezzo stracciato, e ce ne torniamo al nostro hotel-reggia prima delle nove dall'altra parte della città, in un buio pesto che potrebbero anche essere le tre di notte, sarebbe lo stesso!
Ne abbiamo fatte di cose in un solo giorno!
August 25, la meta è il famoso Parco Kruger, ma con comodo, prima faremo qualche acquisto nel centro di artigianato adiacente all'hotel, dove quattro o cinque negozietti, offrono delle cose carine da portarsi a casa ed esibire in salotto. Così acquistiamo le caratteristiche e bellissime candele lavorate, i soliti animaletti in pietra e legno scolpiti, etc. tutto ad un prezzo assurdamente basso.
Subito dopo cerchiamo la 'famose' cascate, piccola attrattiva locale, nei dintorni del Phophonyane Lodge, per raggiungere il quale occorre sconfinare qualche km su una strada sterrata a lato della statale. Questo piccolo lodge è stata una piacevolissima sorpresa: è sorto proprio a fianco delle cascate che danno un bello spettacolo, il parco circostante è rigoglioso, e le costruzioni del lodge sono una vera oasi di pace. Certo siamo lontani dai lodge africani propriamente intesi, niente 'games' e tramonti fiabeschi, o champagne a lume di candela, ma bisogna riconoscerli un raro buon gusto, un'intimità tranquillizzante, un servizio umile e funzionale, e prezzi... assurdamente bassi. Sorprende che la gestione indigena, non sempre all'altezza di realizzazioni imprenditoriali, abbia dimostrato invece cura ed abilità, il pasto preparato praticamente solo per noi e servito su un balconcino che dà sulla cascata è arrivato puntuale senza mancare nulla, indice di preparazione e servizio al cliente.
Così ce ne andiamo dal Phophonyane molto contenti, ed in pochi km lasciamo lo Swaziland, dopo un visita lampo di un giorno e mezzo, che ha lasciato comunque un buon ricordo di uno staterello piccolo piccolo, ed ingiustamente dimenticato perché schiacciato dal colosso fiancheggiante.
Ri-entriamo in Sud Africa da Jeppe's Reef, dopo ca. 150 km siamo al Kruger entrando dal Malelane Gate. Già siamo al Kruger, quello che è una delle più grandi realtà di natura intatta ed immutata di tutta l'Africa, un sito storico, voluto nell'800 dal presidente Kruger, un'immensa area di conservazione dell'ecosistema, soprattutto faunistico, estesa quanto il Veneto.
Kudu! (click to enlarge)
Aspettavo questo momento, il ricordo dello splendido Etosha nella vicina Namibia (a soli 3000 Km !) è ancora ben a fuoco nella mia mente, tanto che consideravo questo punto come il migliore del viaggio, e ad onor del vero il Kruger non ha deluso per niente... solo che... Etosha esce vincente per molti aspetti, prima di tutto la bellezza dei suoi 'rest camp', che regalavano veri momenti di riposo in intimità, come dei piccoli esploratori. Poi lo smarrimento che sorprende entrando nel campo (campo?) di Skukuza, il più grande all'interno del parco, talmente grande, talmente turistico, da snaturalizzare gravemente l'ambiente, compromettendo la simbiosi che il fortunato viaggiatore prova con la natura circostante. Torna la nostalgia del 'piccolo' Hluhluwe, sicuramente ogni grande organizzazione all'interno di questi parchi appare subito inadatta ed ingombrante, capisco d'altronde che il costo di mantenimento di una simile organizzazione (molto ben funzionante) richiede purtroppo un elevato numero di turisti. Diciamo perciò che chi è rimasto favorevolmente impressionato dal Kruger passando da Skukuza, rimarrà semplicemente estasiato trovandosi a passare dalle parti della Namibia del nord.
Va detto, che la parte del campo, con il ristorante, che si affaccia sull'ansa del fiume Sabie, regala un raro scorcio di bellezza africana, accessibile dai bungalow, e che i fiumi che scorrono all'interno del parco, creano dei paesaggi, delle tavolozze tipicamente africane, a cui va concesso il giusto aggettivo di bellezza sublime. Non saranno molti i parchi in cui puoi scattare una foto con coccodrilli, fenicotteri, bufali, ed ippopotami "all-together" !
Crocodile! (click to enlarge)Si fa sera... usciamo dal rifugio/bungalow tipo multi- proprietà alla ricerca del ristorante, inoltrandoci al buio con la mia piletta nel dedalo di viuzze tra le centinaia di bungalow tutti uguali, che, minchia se non ti segni il nr. del tuo poi rischi di fare la notte all'aperto! Scorgo due turisti ai quali chiedo "Sorry, where is the restaurant?" curandomi di pronunciare bene specialmente il 'where' facendolo suonare con quella 'u' chiusa tipicamente angolosassone... i quali mi rispondono "Ah, si, yes, it's... dietro, di dietro...", cavoli, ok, rispondo "Parliamo come mangiamo...".
Dunque il ristorante tipo atipico, cioè molto standard e poco nature, semmai tipico di questo parco troppo "globalizzato" e poco regionalista al quale una bella devolution farebbe sicuramente bene, essendo comunque self-service non è poi male, certo il calore di Hluhluwe... Ma la posizione sull'ansa del Sabie immerso nel buio di un nero pesto, dove cenare all'aperto, sfidando le paranoie malariche del mio secondo, il Buck, rendono lo stesso un ecclatante bellissimo sapore d'Africa, addirittura incontaminata se si ha la pazienza di starsene un quarto d'orina su una panchina ad ammirare, scusate, ad origliare i suoni ipnotici della foresta. Un incredibile concerto di tri-tri, glu-glu, toc-toc-ritoc, fiuuuu-fiuuu etc., avvolti dal tepore a 18° di un clima che più bello non si può, sotto un cielo stellato che... è quasi come quello namibiano, ma mooolto meglio del nostro, circondati dal nero naturale che è più nero di ciò che noi riusciamo a concepire, abituati all'illuminazione artificiale ovunque ci troviamo. Anche Skukuza ha un'anima pura, basta vederla.
26 august of the year 2002- Decidiamo di alzarci presto, molto presto. Quella mattina non era ancora mattina, faceva ancora buio, ed i 15 gradi della brezza umida notturna si sentivano quasi fastidiosamente. Tra meno di sei ore saranno il doppio. Usciamo dal gate di Skukuza verso le 6.15, intenzionati a sfruttare l'ora migliore per l'avvistamento di animali: l'alba. A differenza del mondo civilizzato, dove di bestie se ne vedono a tutte le ore e pure in abbondanza.
Scorgiamo già alcuni uccelli tra la bassa vegetazione, ed i soliti, numerosissimi impala, poi attraversando il Sabie per dirigere a nord, vediamo degli ippopotami, di cui un paio emersi dall'acqua. Intanto sorge piano il sole, purtroppo in anonimato perché la nebbiolina non rende ben visibile il propagarsi della luce dalla caratteristica palla rossa, tipica dell'Africa pura dove l'atmosfera non conosce la presenza di idrocarburi condensati dall'inquinamento. Ma... ma, a meno di un'ora, verso le 7.15, mentre percorrevamo una direttiva principale, perciò sull'asfalto, veniamo sorpresi da due leoni, maschio e femmina, comodamente sdraiati sull'asfalto, non curanti del traffico bloccato in entrambi i sensi (... e non si tratta di un 'girotondino' sull'autolaghi!). Diamine! Leoni, finalmente, questo parco immenso che sembrava quasi deludente ci regala ora una delle prede più ambite di qualsiasi safari di tutti i tempi e di tutti i luoghi, il senso di appagamento e soddisfazione totale ci riempie di gioia per questa apparizione fortunata, tanto che scenderei ad accarezzare i gattoni! I due stanno dormicchiando lanciando sguardi curiosi ai veicoli che da una decina di metri macinano km di pellicola, fino a quando, tuttantratto si alzano e percorrono una centinaio di metri nella direzione opposta, buttandosi ancora sull'asfalto come fosse un bel sofà, forse alla ricerca di u po' di intimità, subito svanita dall'inseguimento circospetto dei mezzi presenti in zona, che si ridistribuiscono intorno ai due felini, sempre col dito nervoso sul grilletto della reflex.
E mancava lo 'sborone' di turno, che passando sul lato con la sua fiammante 'Defender 110' ci informa che: "...It's not allowed to block the road" e passa facendo scappare i nostri idoli del momento. Un po' come se passeggiando su una spiaggia incontri una troupe che fa le foto per il calendario di Max e tu passi con nonchalanche come se avessi incontrato Maurizio Costanzo... Ma andiamo, incontrare due leoni non è cosa da tutti i giorni nemmeno al Kruger, per giove, e siccome oggi abbiamo culo, dopo due ore, incuriositi dall'ennesimo blocco stradale, parcheggiamo al ciglio, e veniamo sfiorati da due grosse femmine e quattro cuccioli, dove una delle femmine scatta in un fulmineo inseguimento di una sfortunata gazzella passata per caso. E c'era gente appostata da un'ora che aspettava... ma quando meno te l'aspetti la fortuna arriva da sola. E non ce l'aspettavamo, ma quel giorno ammo, avemmo, emmo, acc. noi lombardi non riusciamo a coniugare il passato, volevo dire che avevamo un fondo quel giorno che poi abbiamo avvistato ancora per due volte i leoni, seppure da lontano.
Lion! (click to enlarge)In una sì proficua giornata decidiamo di continuare, sfruttando l'influenza propizia, così ci inoltriamo sempre più a nord, alla ricerca dell'elefante, che fino a quel momento non ci aveva ancora soddisfatto con degli incontri ravvicinati. Ebbene tra un kudu ed un'impala e 50 babbuini, il Kruger si dimostra ancora il parco delle meraviglie, dove basta chiedere per venire esauditi (proviamo con quelle del calendario di Max, ma non funziona...). Vuoi gli elefanti? Ecco gli elefanti! Dovevamo trovarci più o meno sulla S39 a nord di Satara, quando vediamo una delle solite bruttissime pozze artificiali, costituite da un muretto circolare alto mezzo metro e dal diametro di 5/6, decisamente un pugno nell'occhio, invece nel'Etosha nascondono bene il tutto, lasciando che si formi una pozza nel terreno.
Sbucano un paio di elefanti ad un centinaio di metri paralleli alla pista, belli ma troppo lontani, perciò proseguiamo per la nostra strada, ma passato una boscaglia capiamo che quei due erano l'ultimo pezzo di un branco di 15/20 esemplari che punta dritto ad attraversarci la strada! Scendo dalla macchina (... voi a casa non fatelo!) per meglio fotografarli e faccio cenno ad un'auto che si approssima dall'altro senso di fermarsi perché non vede il branco in cui potrebbe pericolosamente trovarsi in mezzo, quando all'improvviso il Buck mi avverte che un grosso maschio si avvicina a noi correndo e sproboscidando e schiamazzando! Gulp, che colpo, mi vorrei fermare per meglio riprenderlo ma il panico e la faccia sbianca del Buck mi consigliano di effettuare una vigorosa retro di una cinquantina di metri, fino a quando il pachiderma infuriato crede di avere vinto e torna nel branco. Per nulla sconcertato, appena il branco passa la strada, riparto e mi metto nella migliore posizione per fotografare qualche bell'esemplare, trascinandomi dietro il mio coraggioso compagno.

Elefanti! (click to enlarge)wwElefanti con piccolo! (click to enlarge)
Che giornata, che bottino, ora possiamo andare al campo di Satara e soddisfare anche i bisogni più ludici, cavoli non è nemmeno l'una. Ma non basta, rientrando verso la root principale H1, procedendo sullo sterrato continuiamo ad avvistare elefanti nel bush, fino a doverci interrompere per via un enorme pachiderma che procede a rilento sulla nostra pista sterrata, dovendo starli dietro per almeno venti minuti.
Rientriamo a Skukuza ma attraversando il Sabie lungo la H12, rimaniamo ancora avvolti dalla magia della natura africana, circondati su un piccolo ponte da ippopotami, coccodrilli, grossi volatili e bufali...! Non ho parole, l'Etosha pur rimanendo a me preferito per l'intimità che è in grado di regalare, non è stato così proficuo... mi viene a paragone il confronto Rimini / Liguria, in termini di ben altra fauna!
Torniamo a Skukuza, dove lascio subito la brutta zona dei bungalow adiacente al campeggio stile tendopoli, per rilassarmi su una panchina sulla rive di quell'ansa del Sabie che più volte ho già citato, cullato da una brezza paradisiaca, con una bella luce già cadente alle tre del pomeriggio, osservo gli uccelli dediti a procurarsi il cibo nel fiume, in particolare il piccolo 'calao dal becco giallo', che ha una tecnica incredibile: se ne sta in volo perfettamente fermo (in hovering direbbe un elicotterista) sbirciando l'acqua sottostante, ed all'improvviso si tuffa dritto e velocissimo, afferrando un pesciolino col lungo becco (giallo...). Mi addormento qualche minuto scomodamente sdraiato sulla panchina, ma beatamente coccolato da questo paradiso.
Usciamo di nuovo verso le quattro, tardo pomeriggio non particolarmente fortunato, ma almeno ci godiamo un bel rosso tramonto africano che si specchia sulle scarse acque del Sabie!
Giraffa! (click to enlarge) wwSundown! (click to enlarge)
26 august - Ci tocca andare via. Partiamo sempre prestino da Skukuza, sfrutteremo ancora la mattinata per vedere la zona a nord-ovest, ed uscire poi dal gate di Orpen, non riuscendo comunque a replicare il successo di avvistamenti del giorno prima, e sarebbe anche troppo. Ci accompagna d'altronde un bel sole intenso, che splende sul giallognolo della prateria sullo sfondo di un cielo azzurro con nuvolette bianche che ai più può sembrare il cielo di Windows (...) ma ai meno appare immediatamente come un'icona di immagini di impressionismo fine '800.
Ci accompagnano, quasi a volerci salutare le solite giraffe, antilopi, qualche elefante, uccelli variopinti ed i brutti facoceri, che poverini, nessuno fotografa.
Il tratto costeggiando il letto arido del Timbavati ci dà l'ultimo bellissimo panorama di Africa vera. Usciamo poi da Orpen con destinazione Hazyview, atipica cittadina poco distante, densa di commercio e centri commerciali, strategicamente My Africa! (click to enlarge)sistemata a raccogliere o confluire il turismo che dal ricco Transvaal centrale si riversa sul Kruger e viceversa. Giungiamo puntuali a Hazyview nel tardo pomeriggio e ne approfitteremo per fare uno shopping evitando l'avaro ed assolutamente sconveniente free-shop dell'aeroporto di Jo'burg, come già confermato tre anni orsono.
Cerchiamo dunque un qualsiasi supermarket dove acquistare i buonissimi vini ed amarula a prezzo reale di mercato e magari dei pezzi di artigianato, ma aimè, il Buck incaricato al pilotaggio sbaglia completamente strada e ci troviamo in poche centinaia di metri alla periferia. [Pausa pubblicitaria] sulla stretta via, non potendo invertire la marcia, entriamo in un grande cortile per manovrare, quando... ci rendiamo conto di trovarci davanti ad una enorme rivendita di alcolici e vino all'ingrosso. Per Giove che colpo, il destino ci viene incontro! Entriamo nel capannone chiedendo se possiamo fare shopping liberamente, anche per... modiche quantità, ed ovviamente non c'era problema, e ci viene affidato un garzone porta-carrello, che purtroppo non potemmo riempire come volevamo, limitandoci a tre amarule, un cabernet souvignon, un pinotage, e due bianchi secchi. Giuro che se torno in auto compro una barrique in rovere con 150 lt. di Groot Costantia!
Il boss scende dal suo ufficio, incuriosito da questi insoliti clienti turisti, contentissimo di avere annoverato due clienti vip, italiani, quindi potenzialmente grandi intenditori di alcolici e vinacce, e ci scambiamo le mail, facendogli presente di non arrivare in Italia a mani vuote, nel caso...
Ma che soddisfazione, questi piccoli incidenti che caratterizzano il turismo fai-da-te-last-minute-vada-come-vada-andrà-a-modo-mio! Ci rimettiamo sulla retta via alla ricerca del solito elegantissimo Protea, che nella città di Hazyview, insieme a quello di Knysna, è sicuramente il meglio riuscito e dall'eleganza caratteristica e non opulenta. Dispone di camere con una metratura da bilocale, in una vasta struttura che si sviluppa senza piani verticali, e con una piscina che fa da anfiteatro alla vallata sotto, troneggiando dai 1000 e passa metri di Hazyview su una grande vallata, alla fine della quale iniziano le grandi e mitiche riserve private adiacenti al Kruger.
Bene, ovviamente non ceniamo al Hotel, consci di dovere sfruttare l'ultima serata, e d'altronde sarebbe inopportuno dal momento che il posto offre una più che ragguardevole scelta di ristoranti, per cui andiamo al Hippo Hollow, un bel lodge, quasi di lusso, ben tenuto, molto ben tenuto, tanto che sospettavamo un conto eccessivo, e saremo invece smentiti ancora dall'incredibile rapporto qualità prezzo di questo angolo di mondo.
28 of august of a shiny day of a long august of the year 2002 - Ci rimettiamo in marcia, senza fare colazione. Non per spirito d'avventura ma per un mero senso di concreto risparmio: perché mai dovrei fare colazione, seppur sostanziosa, in posti dove mi costa come una cena media? Lasciamo questa incombenza ai gruppi vacanzieri che prima delle nove non riescono ad uscire; noi alle otto abbiamo già il motore della Mazda in temperatura e siamo sulla strada in direzione di Sabie, entrando di fatto negli splendidi monti del Drakensberg meridionale arrancando sul Long Tom Pass,  ammirando il paesaggio sottostante quasi svizzero. Da notare che sulla cima del passo, oltre al bel panorama, ci sono parecchi venditori di manufatti di artigianato locale, a prezzi assolutamente esigui, tanto che all'aeroporto, più o meno le stesse cose, anzi che forse sembrano le stesse, costano dalle tre alla quattro volte di più.
Bene, giungiamo a Sabie che è un cittadina veramente carina, sulla sommità di una dorsale montuosa, in una zona montuosa, con un vago sapore austriaco, e cogliamo l'occasione per fare degli acquisti ed esaurire i Rand rimasti, ma il bello deve ancora venire.
Scendiamo per raggiungere l'immensa pianura del Mpumalanga ovvero nel Gauteng, attraverso una lunga e bella vallata che culmina con Belfast e nel cui mezzo si trova la strana Dullstroom. La sensazione di colonizzazione irlandese si fa sospetta ... Belfast? Ed ancor più attraversando alcuni ameni villaggi e giungendo a Dullstroom, dove gli inviti ad assaggiare la rinomata trota locale si fanno sempre più insistenti. Allora non potendo resistere, e non volendo lasciare il Sud Africa in serata senza il sapore di cose nuove, ci fermiamo in un pub, The Poacher, quasi alla fine del villaggio in direzione sud, dove la magia di questa terra multiforme entra ancora in azione, catapultandoci a 9000Km di distanza! Questo locale, tempio, anzi tempietto di pescatori, ci porta immersi in un'atmosfera irlandese, e non solo per la bella ricostruzione nostalgica in stile, per la Guinness orgogliosamente messa in vendita alla spina, ma anche per i personaggi presenti, che sembrano fare parte dell'arredamento. Le facce, facce da perfetto irlandese tagliate con l'accetta, personaggi in abiti da lavoro in pausa pranzo, amichevolmente accomodati al bancone, divertenti guance rosse, belle ragazzotte di paese, un vero spaccato irish, cristallizzato da qualche secolo in una comunità orgogliosa (...incestuosa?) di qualche migliaio di anime. Fuori siamo alle pendici dell'Africa australe, dentro, nella semioscurità fendita dai raggi di sole, siamo da un'altra parte, in un'altra dimensione, in un'altra cultura, una specie di ubiquità bizzarra, risultato della stramba e talvolta violenta epopea coloniale, che oggi purtroppo trova il suo senso inverso dalle regioni dell'Africa del nord, ma ancora per la stessa ragione di sfruttamento del sistema industriale europeo. Ma non voglio essere polemico, diciamo solo che la storia quaggiù già ci dice come andrà a finire... non proprio nella fantasiosa società multirazziale che esiste solo nei sogni di certi politici.
Tornando sulla nostra strada, lasciamo Dullstroom con il piacere di avere provato ed apprezzato una semplicemente favolosa trota di montagna, che penso sarebbe raro trovare da noi così genuina e così ben cucinata, fino all'ultimo la cucina Sud Africana continua a stupirci.
Lasciamo così Belfast, per entrare in autostrada e percorrere gli ultimi km verso Johannesburg lungo una dritta e monotona via, sulla immensa pianura centrale e siamo in perfetto orario per l'imbarco all'aeroporto internazionale, convulso e trafficato crocevia delle comunicazioni di tutta l'Africa sub-equatoriale del sud-ovest, incasinato non solo per il periodo vacanziero, ma soprattutto per la convention del "World Summitt 2002".
Fin qui tutta routine, se non fosse per un lungo, imprevisto, travagliato viaggio di ritorno, che vale la pena di raccontare...
Dunque già al check-in ci informano che pur accettando i nostri bagagli, ci sarebbe stato un ritardo di 5/6 ore per un 'imprevisto tecnico'. Che palle quadrate, ormai quella sala del ramo partenze internazionali la conosco meglio di casa mia, già ch'avevo bivaccato per ben sette ore due anni orsono in attesa del transfer verso Windhoek, ed ora mi toccava ancora la bella esperienza.
La compagnia aerea South African si rendeva disponibile ad offrire la cena, e dopo il tour di tutti (e sottolineo tutti!) i negozi del Free Shop, vagabondando con lo zaino, più tre bottiglie di buon vino e il famoso kudu di legno alto mezzo metro (tanto, pensavo, saremmo saliti subito sull'aereo). Dopo un ulteriore ritardo, passata la mezzanotte ci accingiamo a partire... quando un impiegato della compagnia distribuisce una lettera impegnativa in cui per scusarsi del ritardo offrono uno sconto del 50% sull'acquisto di un volo. Però tutto sommato niente male, pensiamo, per Natale rientriamo quaggiù e ci facciamo il Kalahari, festeggiando a 40°! Orbene saliamo sull'aereo e ci sistemiamo in posto diversi, io prendo posto a fianco di una coppia milanese, che presto scoprirò essere di ritorno dalla Namibia. Il grosso 747, sulla tratta Johannesburg - Frankfurt, volo SA265 del 28 agosto 2002 (ormai 29....) rulla sulla pista, corre corre e non si stacca, dopo un bel po' si stacca, ma ho l'impressione che galleggia e non sale... dopo qualche secondo si sente un frastuono provenire dall'ala destra (Io sono sulla fila a sinistra) seguito da uno scoppio e fiammate... urla di alcuni viaggiatori: "Fire, fire", hostess e steward nel panico corrono nei corridori, guardano fuori con le torce per vedere che è successo al motore, io guardo fuori, l'aereo non sale, minchia, vabbè che io non vorrei mai più tornare dai miei viaggi, ma... Una hostess annuncia, in preda al panico, che tutto è sotto controllo... tranne lei! Guardo fuori, siamo saliti a ca. un kilometro, a questo punto data la mia cultura aeronautica so che siamo al sicuro al 95%, dato che il motore non ha preso fuoco, e che comunque un aereo è in grado di volare con metà dei motori. Il comandante dà un rassicurante annuncio, tutto è sotto controllo ora, ma occorre tornare indietro, non prima di avere svuotato i serbatoi, cosa che richiederà più di un'ora. Allento la tensione parlando con i miei vicini, raccontando del mio viaggio in Namibia, e dei bei ristoranti di Milano, e ormai quasi alle due, atterriamo in mezzo ai vigili del fuoco schierati lungo la pista... ma tutto è ormai sotto controllo per cui ci agganciano ancora al braccio, e lasciamo l'aereo tra scene di panico e pianti isterici, qualcuno avrà bisogno di assistenza medica psicologica, qualcuno non partirà il giorno dopo per Frankfurt.
Stanco e soprattutto scocciato, mi metto a dormire su una comoda panchina, nel medesimo salone dove ho atteso per molte ore, dove anni prima avevo atteso per molte ore. Non ne posso più, frego la coperta e il cuscinetto dall'aereo e mi metto a dormire nella longue. Alle sette il Buck mi sveglia: "Ma sei riuscito a dormire?". E la compagnia aerea ci consegna un ennesima lettera con la dichiarazione di scuse e l'offerta di un volo omaggio sulla medesima tratta... noi da buoni incalliti viaggiatori avremmo rifatto tutto da capo per una proposta del genere. Partiamo questa volta alle dieci e ce la facciamo a raggiungere Frankfurt, ma non siamo ancora a casa, la compagnia aerea dovrà ancora scucire un voucher per passare la notte in hotel, cena compresa, ed il mattino dopo potremmo finalmente prendere il primo volo per Malpensa e giungervi con 26 ore di ritardo, ma che importa, per fortuna era il viaggio di ritorno, non avrei sopportato questi contrattempi durante l'andata.
Allo Sheraton ci ritroviamo a cena tra compagni di viaggio, di questo avventuroso viaggio, e tra un discorso e l'altro, un viaggiatore milanese, mio vicino sul volo del decollo esplosivo, si accorge di conoscermi abbastanza bene... tornava giusto da un viaggio in Namibia dove aveva con sé il prezioso supporto del mio diario di viaggio che pubblicai nel '99! Ma è proprio piccolo il mondo!
 


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