August 16- September 02, 2003

Johannesburg in vista......................



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© Fabrizio Ronzi 2004

Dall'idea di visitare il Kgalagadi Transfrontier Park, il tour del agosto 2003 si è sviluppato in un'area ben più vasta, e con comune denominatore la sconfinata area semidesertica del Kalahari, che partendo dalla costa tra la Namibia ed il Sudafrica, attraversa il Botswana e lo Zimbabwe.
Kgalagadi Transfrontier ParkNato nel 2000 dall'unione dei parchi affacciati sulla linea di confine tra Sudafrica e Botswana, il Kgalagadi Transfrontier Park è stato uno dei più importanti traguardi di Nelson Mandela, e dal suo esempio stanno per essere abbattute le frontiere intorno al Kruger, tra Sudafrica, Mozambico e Zimbabwe: enormi passi avanti nella conservazione della natura, che in Africa già trova la sua massima espressione, ineguagliabile in ogni altra parte del pianeta.
Sarà questo parco la meta principale del viaggio, anzi della spedizione, che per la situazione ambientale ed organizzativa, ha richiesto il noleggio di un adeguato veicolo 4x4, interamente attrezzato per alcuni giorni in autonomia di acqua, carburante, viveri.
Era così da tempo che pensavo di raggiungere il Kalahari, questa remota zona della mia amata Africa, e l'occasione venne dalla disponibilità del passaggio aereo praticamente a costo zero, gentilmento offerto da SAA come rimedio ai disservizi occorsi l'anno precedente. Un'occasione irripetibile!
Il viaggio ha toccato per qualche giorno la Namibia, territorio del Karoo, dove non potevo mancare di tornarci dall'agosto '98, per una visita al Fish River Canyon ed all'incredibile Brukkaros Mountain.
Proseguiremo poi tornando in Sudafrica, nella zona del Namaqaland, per sfociare sulla costa a Kleinsee, dove previo accordi con De Beers siamo potuti entrare nella loro zona diamantifera, sulla bellissima costa.
In seguito, inizieremo un lento avvicinamento a Johannesburg, sostando al Augrabies Fall National Park, dove ammirare le famose cascate del fiume Orange, e proseguiremo fino a Kimberley.


Sulla scia del Great Trek dei Boeri del '700, ma da est ad ovest, i Nostri emuli di Fabriek e Stephanus coloni franco-olandesi... che hanno scambiato i cavalli con un pickup 4x4...

16 agosto - Mxp Airport
Checchè se ne dica, partiamo ancora dal funzionale e moderno scalo del gallaratese, l’unico aeroporto dove trovi la tua strada in poche decine di metri senza fare mezzo giro del mondo con i bagagli appresso.
Arriviamo puntuali e precisi a Frankfurt Main, che ormai sta diventando il trampolino dei miei viaggi, e questo si ch’è un aeroporto incasinato dove stare attenti.
Partiamo con la mitica Southafrican Airlines, puntualissimi, su di un modernissimo Airbus A340, gentilmente fornito a gratis come scusa ai disservizi dell’anno prima, che a momenti finivamo spatasciati sulle township di Johannesburg nel cuore della notte!

17 ago - Johannesburg (Car Rental site, S26.09.003 E28.13.355, alt. 1706)
Uscire da Johannesburg è un'impresa. E non per le dimensioni dell'area urbana, ne ho viste di peggio, ma per la scarsità ed illogicità delle indicazioni stradali, per non dire delle indicazioni fornite dalla gente: già al garage del car rental ci avevano indicato la strada verso Pretoria, che noi fiduciosi infilammo al volo, per poi accorgerci di andare fuori rotta, dopo che per mezzora la freccia del GPS indicava tutt'altra direzione. Inutile chiedere in giro, qui la gente non conosce il mondo intorno a soli 100 km di distanza, allora procedendo per intuito a nord della città dopo un paio d'ore infiliamo la N14 e siamo sulla direzione giusta. Ma almeno ancora in un paio di occasioni siamo portati sulla strada sbagliata da indicazioni sommarie, ed alla fine della giornata abbiamo perso un paio d'ore e un centinaio di km percorsi per nulla su strade nazionali che richiedono sempre una grande attenzione per la spalla pericolosamente alta e l'instabilità del grosso pickup Nissan dallo spompatissimo motore, che, al primo rifornimento accenna il problema elettrico che ci avrebbe bloccato il giorno dopo in panne in una località sconsiderata.
Stanchi ed afflitti anche dal volo internazionale della notte precedente, dopo 450 km, ci fermiamo a ca. 100 km dal nostro obiettivo, che doveva essere Kuruman.
Siamo a Vryburg cittadona poco significante che cerca la sua notorietà essendo alle spalle dell'immenso Kalahari, ma dubito che ci riuscirà, troviamo in ogni modo un buon b&b, pulito, carino con abbondante colazione a poco prezzo, e ceniamo in una specie di american steack restaurant. E' curioso notare come nell'anonimato di certe realtà provinciali sudafricane, entri in alcuni locali insospettabilmente accoglienti e calorosi, mentre fuori dove alle sette c'è già un buio pesto, regna il nulla e qualche brutta faccia.

18 agosto - Kuruman (S27.27.450 E23.26.186)
Partiamo prestissimo, dobbiamo raggiungere il Kalahari in serata e siamo indietro sul programma. Percorriamo i 120 km verso Kuruman in mezzo ad una steppa su strada drittissima, e ci siamo prima delle nove, quando questa città è in pieno fervore commerciale; approfittiamo per cambiare e acquistare cavo e spina per la modifica elettrica per alimentare il GPS e con la mia attrezzatura di sopravvivenza collego la spina del GPS alla batteria ausiliaria, per evitare la famelica voracità di pile del apparecchietto.
Lasciamo Kuruman, e furbi come volpi del deserto, scegliamo di percorrere la strada attraverso Hotazel e Van Zylrus, piuttosto che via Upington. Tutto bene fino a Hotazel, dove il pickup si pianta e non parte più, morto, nessun segnale di vita dall'impianto elettrico.
Hotazel è un nome curioso, che deriva dallo storpiaggio di Hot-as-hell, ed è proprio un bel posto dove rimanere in panne, a fianco della ferrovia su una strada polverosa, con qualche baracca intorno. Poi all'improvviso giro la chiave ed il quadro si accende, caspiterina, via, appizzo il motore e non spegniamolo più fino al Kalahari.
Ancora uscendo da Hotazel veniamo imbrogliati da indicazioni a spanne, che invece di portarci sulla strada diretta per Van Zylrus, ci portano a viaggiare su un semicerchio, arrivando a pochi km dal confine col Botswana.
Arriviamo poi a Van Zylrus, polveroso villaggio al confine del mondo civile (civile?), circondato dal bush tipico del basso Kalahari, posto con un'atmosfera tutta sua, che riveste la sua importanza per la presenza di un piccolo negozio di svariati generi, il distributore, e la stazione di polizia, realtà queste che in poco tempo ebbi modo di conoscere una dopo l'altra.
Qui dobbiamo rifornirci di carburante, ma non avendo ancora potuto cambiare tutti i nostri super-euri, chiediamo al benzinaio di introdurre solo 100 Rand; costui molto attento e sveglio, essendo la nostra la seconda o terza macchina del giorno, continua a riversare diesel fino a quando lo blocco a 103 Rand! Non avendo altro gli dò i nostri ultimi 100 Rand e salgo in macchina, chiamando Stephanus per una fuga rapida, ma, colpo di scena, quadro morto e macchina ferma. Stavolta senza possibilità di rinascita!
Già mi vedo a passare la notte in questa ridente località dimenticata di Dio, quando appare un'auto della polizia a cui chiedo aiuto per il da farsi, e lo sveglio sceriffo chiama un meccanico via radio, quindi, appaiono sulla scena, nell'ordine, quello che doveva essere il sindaco fac-totum del paese e poi finalmente il meccanico polivalente che chiarisce subito di non essere un meccanico propriamente detto, ma di capirci qualcosa.
Ebbene sono questi gli uomini che fanno la storia, almeno la nostra storia, infatti quest'uomo che aveva sviluppato la sua professionalità su trattori, vecchi Toyota, e quando vede una Land Rover festeggia per due giorni, quest'uomo che con il cacciavite in mano fa miracoli, ha trovato l'inghippo dove un cavetto dalla batteria dava un falso contatto e riparatolo per soli 150R (16Euri, i nostri meccanici ci avrebbero fatto cambiare batteria e spinterogeno), ci permetteva di ripartire fieri e fiduciosi e di raggiungere il Kalahari per l'imbrunire.
A questo punto cosa potrebbe succedere ancora, ne abbiamo passate abbastanza in questi due giorni. Ci fermiamo al piccolo negozio dove gentilmente sotto raccomandazione del Major possiamo cambiare degli Euri, e ci viene indicata la strada ma con l’avvertenza che è di difficile percorrenza ed insicura. Ecco che questo viaggio sembra un percorso tipo 'Giuochi Senza Frontiere', quale sarà il premio per avere superato tutto?
Ripartiamo ed imbuchiamo quella strada, evitando le buche più dure, rallentando per poi riaccelerare, e tutto sommato lo sterrato che procede parallelo al confine (col Botswana nda) non è dei peggiori che avevo visto, si vede proprio che questa gente passa tutta la loro vita chiusa in ristretti confini esistenziali... piano piano, anzi no, ben speditamente per quanto la strada lo consenta, arriviamo all'ingresso del mitico Kgalagadi Transfrontier Park, dove si trovano contemporaneamente i campi di Twee Rivieren dalla parte sudafricana, e Two Rivers da quella del Botswana. Siamo in ritardo di almeno 3/4 ore sul previsto, perciò decidiamo di fermarci al campo  piuttosto che At the beginning of the Kalahariproseguire per Nossob, che si trova a ben 200 km più a nord, entriamo perciò nell’accogliente reception, già preoccupati dal clima frizzante e dal vento gelido che imperterrito soffia da ovest, sempre. Sulla porta Stephanus mi fa notare la registrazione delle temperature, +17 / -1.5, e rimaniamo attoniti da questo record, destinato ad essere superato nelle notti che seguiranno.
Ci sistemiamo nel campo di Twee Rivieren, unico ad avere la copertura GSM, montiamo la nostra bella tenda sul tetto del pickup, e sforniamo la prima spaghettata del deserto, con grande stile. Nella notte scenderà a -3, e grazie al cielo nel kit 'no limits' della nostra vettura i sacchi a pelo sono di quelli tosti!
Ma parliamo del Kgalagadi, perché 'Transfrontier' e non 'National' Park? Ma perché è comunemente gestito da Sudafrica e Botswana lungo la cui linea di confine si adagia fino ad essere la più estesa riserva africana, questo traguardo che sembra così logico, fu raggiunto nel 1999 perché fortemente voluto da Nelson Mandela, che da politico illuminato, capiva l'assurdità di limitare l'estensione di un parco ai confini politici, quando l'ecosistema non conosce confini che non siano quelli biologici. Troviamo un'analoga situazione intorno al magnifico Kruger che deve limitare i sui territori fino ai confini, oltre ai quali, in Mozambico aspettano orde di bracconieri che ambiscono all'avorio, favoriti dalla latitanza di ordine costituito di quello sfortunato paese, mentre in Zimbabwe le recenti follie politiche stanno fortemente intaccando lo sviluppo del turismo, dopo avere distrutto economia e democrazia.
Perciò il Kgalagadi, una volta Gemsbok National Park, rimane un gran traguardo di gestione della più grande risorsa dell'Africa: l'ecosistema, nella cui intelligente amministrazione si incontrano tutti i presupposti di ecologia, preservazione dell'ambiente, sviluppo economico e distribuzione delle risorse.
Scende la notte nera. Un viaggio in Africa insegna molte cose, anche le più scontate che la nostra vita ci nasconde, come il buio della notte, sensazione impossibile da captare per noi dove ogni angolo è illuminato ed il riflesso delle luci metropolitane 'oscurano' il cielo nella notte. Nelle notti di luna vuota, il buio che ci circonda è quasi palpabile, e solo percorrere qualche metro Gemsbok / Orixdiventa una difficoltà oggettiva senza una lampada, mentre già a pochi metri non possiamo sapere cosa abbiamo intorno. Lo sviluppo urbano della nostra civiltà ci impedisce di cogliere, quasi ovunque, queste reali sensazioni della notte nera, ma la cosa più stupefacente è lo spettacolo della volta celeste, con le stelle ed i pianeti brillanti come diamanti, ed addirittura le nebulose ben visibili ad occhio nudo, quasi che qualcuno abbia lanciato del latte nel cielo, e quasi ci stia per cadere addosso.
Passiamo così la nostra prima notte in tenda, saldamente ancorati ad un paio di metri da terra, non che ci siano pericoli particolari, ma basta un raro scorpione per dare parecchi problemi, oppure uno stupido sciacallino per rubarci le scarpe.

19 agosto - Twee Rivieren (S26.28.788 E20.36.577)
Nottata difficile per Stephanus, temperature sottozero, vento del Kalahari, sciacalli (romanziamo un po'...) ma soprattutto la zip inceppata del sacco a pelo lo ha quasi portato al congelamento!
Partiamo per Nossob e cominciano i primi avvistamenti, finalmente ricomincia lo spirito del vero explorer, memore delle esperienze dei Kruger, Etosha etc., sale l'emozione alle apparizioni delle prime antilopi, gemsbok, struzzi a iosa, e purtroppo dovremo accontentarci di questo per tutto il Kgalagadi, niente 'games' niente leone del Kalahari, dalla nera criniera. Il Kgalagadi non dispone di una fitta rete di piste interne come gli altri famosi parchi sudafricani, le strade sono limitate ai letti dei fiumi Nossob ed Aub e ad un paio di piste, una più o meno a metà altezza e l'altra sopra Twee Rivieren, che congiungono le due strade. La maggior parte del territorio del più esteso parco africano (!) si sviluppa nel Botswana dove comunque le strade interne sono Into the Kgalagadi - The red sandlimitate rispetto all'estensione territoriale ed il livello dei servizi molto al di sotto di quello sudafricano. A mio parere la presenza numerica di grandi predatori deve essere limitata, dato la tranquilla presenza di branchi di erbivori che sembrano solo preoccupati dal freddo più che dai nemici naturali.
Lungo la strada sconfiniamo in Botswana, infatti il camping point di Rooiputs si estende ad est del letto del Nossob per un paio di km, dove a tutti gli effetti siamo nel territorio dell'altro stato. La sabbia entro il camping point è talmente profonda che richiede la trazione integrale, scendendo poi nelle ridotte, e costringendoci al blocco del differenziale per uscire! Come riporta la Lonely Planet: "Non capiamo perchè le autorità del parco si ostinano ad affermare che il luogo è visitabile con normali veicoli sedan 4x2!" Ed aggiungo io che si può tranquillamente viaggiare sulle piste interne, ma basta spostarsi sui lati dove mezzo metro di sabbia può facilmente insabbiare veicoli poco dotati per condizioni off-road.
Lungo la strada per il nord, seguendo il letto asciutto del Nossob, facciamo sosta al punto di Dikbaardskolk, posto all'inizio della deviazione superiore che porta ad ovest, per la nostra razione di sostentamento che integra colazione e pranzo, giacché alle sette del mattino trovando una temperatura sottozero ci preoccupiamo di smontare la tenda e ripartire al più presto, per cui verso le 11 un buon litro di latteecaffè affogato in mezzo kilo di cereali ci conforta fino alla sera. Ed intendo caffè della moka portata da casa.
Proseguiamo per il nord, la valle si apre estendendosi per un buon kilometro, la pista sabbiosa è ben percorribile, incontriamo poche auto in giro, pochi pazzi visitano il Kalahari nel freddo inverno. Il vento che soffia costante si scontra e danza nella valle con altre correnti, dando vita ad incredibili e bellissimi tornado in minitura colorati dalla sabbia rossa in volo, queste formazioni 'volanti' nascono e spariscono nel giro di un minuto.
Percorriamo i 250Km arrivando al campo di Nossob nel primo pomeriggio, dove ci fermiamo a registrare la nostra presenza per la notte e prenotare il ‘morning walking’, la passeggiata a piedi guidati dai ranger del parco. Proseguiamo lungo la strada per Union`s End, che rappresenta il punto più a nord del parco, esattamente al congiungimento dei confini di Sudafrica, Namibia e Botswana. Il paesaggio non cambia molto e gli avvistamenti di animali sono sempre i soliti: gemsbok a quintali, springbok a tonnellate e qualche struzzo.

Tokina ATX400 - Kodachrome200

20 agosto - Nossob (S25.25.273, E20.35.805, alt. 957)
Avevo messo la sveglia al mio Casio multifunction, ma mi sveglio quando sono ormai le sette e un quarto, la stanchezza ed il freddo hanno avuto la meglio su di noi, perdiamo saltiamo così il ‘walking’ prenotato per le sette del mattino. Passi per me che ho un eccellente rapporto col sonno, ma Stephanus questo non me lo doveva fare, lui che dorme meno di un barman del naitclub!
Timidamente apriamo la zip della tenda, già avvolti dall’aria fredda, scendiamo notando che i parabrezza delle auto hanno un bello strato di ghiaccio sopra.
Lasciamo il campo di Nossob verso le otto e a pochi km verso sud vediamo delle impronte fresche di Springbok felino (non salame…) nella sabbia. Gulp sono grosse quanto una mano, probabile leone in giro direi al massimo da qualche ora, le seguiamo per almeno un km fino a quando scompaiono. Niente, il Kalahari non vuole regalarci la visione di uno dei suoi famosi leoni con la criniera nera. Osserviamo dopo un po’ una tranquilla iena comodamente sdraiata al sole, accucciata in modo di evitare il fastidioso vento dell’ovest, vediamo i soliti sciacalli, ed è tutto qua per i predatori.
Arrivati a Dikbaardskolk, prendiamo la deviazione che porta ad ovest, verso la linea di confine con la Namibia, o meglio passiamo dal letto del Nossob a quello del Aub. Qui in mezzo, per una trentina di km l’ambiente è notevolmente bello, con il caratteristico rossore del Kalahari, in contrasto con un bel cielo azzurro saturo, dove un Velvia50 farebbe faville, ma tuttavia il Kodak E100VS non è stato da meno, anzi vedere per credere.
A Urikaruus siamo sul Aub diretti a nord verso Mata-Mata, qui la valle si apre in un’ambiente quasi bucolico, quasi alpino se le tonalità verdi potrebbero accentuarsi, con i soliti infiniti springbok a sembrare dei caprioli nostrani. In un piccolo rest point parte il rito del caffèlatte con cornflakes, circondati da uccelli variopinti attratti dalle cibarie.
Ripartiamo, attraverso una valle decisamente attraente, resa ancora meglio dall’apparizione di numerose giraffe, che finalmente rompe la monotonia delle specie e sottospecie d’antilopi. In pochi minuti appaiono una ventina d’esemplari, splendide giraffe reticolate di varie età in gruppi.
Procediamo verso nord, a pochi km da Mata Mata veniamo fermato da una coppia di sudafricani in Giraffpanne col loro 4x4, niente di grave solo bisogno d’acqua per il radiatore, in cambio della quale riceviamo una bottiglia di buon vino del Capo… si avverò così il miracolo di trasformazione dell’acqua in vino!
All’altezza del lussuoso Kalahari Tented Camp finalmente vediamo un nutrito gruppo di suricate, deliziosi roditori del deserto, tra gli animali più interessanti per la struttura sociale di gruppo, troppo belli da osservare mentre lavorano incessantemente alla costruzione delle tane, alla ricerca di cibo, mentre altri esemplari montano la guardia in posizione eretta appoggiati sulle due zampe posteriori con la coda, e con lo sguardo puntato all’orizzonte, sempre incessantemente all’opera.
Entriamo a Mata-Mata prima del tramonto, e ci sistemiamo nel camping, dove nei cespugli scorazzano moltissimi scoiattoli. Alziamo la tenda e ci sistemiamo per la cena e la notte, parlando tra noi attiriamo l’attenzione di un genovese trasferitosi a Johannesburg ormai da parecchi anni, felice di scambiare qualche parola, ci conferma l’anomalia di questo inverno particolarmente più freddo del solito.
Il fuoco fatica a partire, guardo con invidia i bbq dei vicini, accidenti quale sarà il segreto? Appena appare un buona dose di brace pongo la carne sulla griglia, che si cuoce comunque bene, ed il vinello guadagnato oggi si rivela ben oltre il doc.

21 agosto - (Mata Mata S25.46.032 E20.00.026 ALT. 947)
Ci svegliamo avvolti nel tepore del sacco a pelo, col naso ghiacciato. In effetti è dura uscire, ma con un balzo ci vestiamo e raggiungiamo i bagni, torniamo per smontare la tenda e ripartire, The bed of the Aub riverquando vedo la bottiglia d’acqua che lasciai fuori, diventata un blocco di ghiaccio, e scopro lasciando il gate del campo, che alle otto del mattino con un bel sole siamo a -3° ! Percorriamo tutto il letto del Aub fino a Twee Rivieren dove passeremo l’ultima notte nel parco, e dove arriveremo nel primo pomeriggio, ripercorrendo una parte della pista che passa sopra collegando i due fiumi, ancora alla ricerca dell’avvistamento di un predatore che non riusciremo a vedere, lasciandoci quel senso di delusione latente rispetto alle speranze che erano maturate, anche dopo il fantastico safari dell’anno prima nei ben più prolifici parchi del nord-est.
Da Twee Rivieren si vede benissimo il campo gemello nel Botswana: Two Rivers, a circa un km. Ci accampiamo per l’ultima notte qui, cenando con una grigliata accompagnata sempre dal maledetto vento gelido dell’ovest, di cui francamente ne avremmo fatto a meno, facendoci percepire 5/6 gradi in meno dei già fastidiosi 12/13 all’imbrunire.

22 agosto - Twee Rivieren (S26.28.788 E20.36.577)
Sveglia al fresco, ormai un classico, ma i bei bagni riscaldati del campo mitigano la durezza del mattino. Prima delle otto usciamo definitivamente dal Kgalagadi, in direzione sud per il border di Rietfontein, da dove entreremo in Namibia.
La percorrenza fino al confine è abbastanza lunga e la strada sabbiosa consente di viaggiare a 70/80 Km/h solo su robusti veicoli. Quasi non incontriamo villaggi fino al confine, solo qualche boscimano urbanizzato o meglio snaturalizzato, tenta di vendere dei manufatti lungo la strada. Giungiamo a Rietfontein (S26.44.593 E20.01.394) giusto in tempo per fare il pieno, non avevo Border post SA-NAM of Rietfonteininfatti utilizzato il serbatoio ausiliario dato che nel Kagalagadi i campi sono forniti di carburante ed arrivammo al confine giusto al limite, cosa alquanto pericolosa quando le distanze tra pompe di carburante non sono meno di 50 Km.
Rietfontein è un altro di quei posti dimenticati dal mondo, non deprimente quanto Hotazel, ma abbastanza desolante. Sulla linea di confine passiamo i controlli passaporti senza problemi, anzi per il personale di dogana sembra quasi un diversivo dalla monotonia quotidiana, vedere dei turisti europei capita sicuramente di rado.
Along the C16E rieccomi in Namibia! Dopo quattro anni torno sul territorio più affascinante che mi sia capitato di visitare, questa volta dalla parte opposta delle aree battute in precedenza, felice che già mi sento a casa.
Destinazione Keetmanshoop, una vivace cittadina giusto lungo la spina dorsale che dal Sudafrica sale verso la capitale, perciò importante centro commerciale con buone sistemazione turistiche. La distanza è ancora abbastanza lunga, ca. 250 Km, guidati dal GPS percorriamo veloci le lunghe, dritte e polverose strade fino ad Aroab, dove dovevamo pagare la tassa ‘stradale’ consegnataci alla dogana, in un esercizio commerciale che non fu difficile trovare, essendo l’unica attività commerciale presente, tipicamente namibiano dove in uno shop troviamo condensati dal supermarket, alla farmacia, al distributore di carburante. Aroab, non per essere ripetitivo, ma anche questo dimenticato dal mondo.
Il panorama namibiano inizia a rendersi interessante, con quelle formazioni rocciose incredibilmente diverse ogni decina di Km e con gli alberi kokerboom che iniziano ad apparire qua e là. Arriviamo alla periferia di Keetmanshoop a metà giornata, e proseguiamo per vedere la vicina Kokerboom Forest (S26.28.954 E18.14.297 alt. 1091)
Questi alberi presenti in gran numero nel territorio della Gariganus Farm, sono una vera attrazione, particolarmente in giugno quando sono in piena fioritura, ma anche in questa giornataThe quiver trees di sole splendente e cielo azzurro, offrono uno spettacolo impedibile, con la loro struttura unica e singolare. A pochi km c’è la Giant’s Playground (S26.27.950 E18.16.313 ALT. 1141), a cui si accede con lo stesso biglietto acquistato alla Farm, che consiste in un estesissimo deposito superficiale di enormi massi di origine vulcanica, messi li come piovuti dal cielo, altra peculiarità unica del territorio namibiano.
The Giant's PlaygroundTorniamo a Keetmanshop e decidiamo di non avvicinarci ulteriormente al Fish River Canyon, trovando invece un B&B in città, utile dopo quattro giorni di freddo campeggio, seguiamo perciò alcune indicazioni e scoviamo una bellissima struttura privata di affittacamere, a livello inimmaginabile a queste latitudini, a prezzo conveniente ed anzi di più, ed eccoci sistemati nel lusso di una camera doppia con servizi. La simpatica donnina che ci accoglie ci ricorda che siamo sull’orario namibiano, perciò non sono le 4 come io credevo, ma bensì solo le due!! Capita che nella mia pressoché perfetta organizzazione qualche dettaglio mi sfugge, la Namibia è a GMT+1 e non +3 come pensavo, mentre in Sudafrica come l’Europa, con l’ora estiva si pone a GMT+2.
Poco male, abbiamo tempo per scendere nel vortice commerciale di Keetmanshoop, e che traffico, quanta gente, come si capisce che puoi fare spese solo qua, da 100 è più km di distanza, in una comunità di ca. 25000 abitanti ci saranno sei supermarket e 7/8 stazioni di rifornimento.
Osserviamo la gente che affolla le vie, che fauna, quasi più variegata di quella del parco, che personaggi, che figuri, fermarsi una mezz’ora semplicemente ad osservare la gente è già uno spettacolo. Entro in uno shop a fare provviste e cerco un quotidiano per le controllare le previsioni meteo, ma trovo solo il ‘Namibian’ del giorno prima, e meno male che questa è la quarta città del Paese!
Alle cinque e trenta si fa scuro, e non è che qui l’illuminazione pubblica sia un grande affare, cioè all’imbrunire è proprio un segnale che è meglio accasarsi, che il ritmo di vita si spegne, quaggiù dove ancora di vive sul ritmo della luce solare, alle cinque e trentacinque rimangono in giro solo qualche barbone, ubriachi, e loschi figuri, quando è meglio chiudere la sicura alle porte, non lasciare l’auto incustodita, e assolutamente non girare a piedi se non in gruppi di cinque con scorta di dieci.
Sarebbe presto per cenare, per cui andiamo allo Schutzen-Haus per “l’aperitivo”, e questo è proprio un posto da non perdere, non che sia un gran che, solo che è frequentato dai discendenti dei coloni tedeschi di fine ‘800, che parlano abitualmente afrikaner, quando non proprio l’idioma teutonico, ed anche qui facce teatrali da operetta, gran consumo di birra, le mitiche Hansa e Windhoek, prodotte nelle birrerie che gli avi fondarono allo stesso tempo in cui iniziavano la costruzione delle città.
Anche senza chiudere gli occhi, siamo trasportati per un’attimo in un qualsiasi villaggio della provincia allemanica, potendo uscire e vedere nebbia, verdi prati e Volkswagen, invece che sabbia, terra e pickup Toyota. Veramente caratteristico l’interno del locale con addobbi pangermanici ovunque, che qualcuno potrebbe ricondurre alla nostalgia della Grande Germania, ma a cui sinceramente non trovo riferimenti alcuni, se non una ricerca naturale ed invana di radici comuni e riconoscimenti culturali, assurdità tipiche della natura distorta delle infelici società cosidette multirazziali.
Qui non si cena, quindi saliamo sul nostro veicolo e rientriamo in centro, dove già alle sei e trenta è operativo un bel ristorante, decisamente di alto livello, un’altra piacevole sorpresa e conferma della qualità del catering namibiano.
Riusciamo a fare ben le otto e trenta, praticamente notte fonda e buia.

The Great Karoo in Namibia

23 agosto - Keetmanshoop (S26.34.720 E18.08.137 alt. 999)
Sveglia in un vero letto e colazione stile ‘english’, ci voleva dopo la vita da Great Trek dei giorni precedenti.
Usciamo in una bella giornata soleggiata e ci concediamo la mattinata per la visita al vulcano estinto, la famosa Brukkaros Mountain, famosa ma poco contemplata dal turismo in Namibia, si trova The Brukkaros Vulcana ca. 80 Km in direzione Windhoek.
Non è stato facile raggiungere il luogo, le coordinate GPS che avevo trovato erano del tutto sbagliate, e non c’era alcuna indicazione percorrendo la main road B1, quindi ci siamo avvicinati a ‘spanne’ arrivando villaggio dopo villaggio, all’abitato di Berseba sotto alla Brukkaros. Raggiungiamo il gate (S25.55.058, E17.46.511 alt. 997) dove paghiamo una piccola quota d’ingresso e saliamo fino al limite della strada percorribile solo in 4x4 per un paio di km, sufficienti in ogni modo ad evitare un dislivello di ca. 200mt. Poi si prosegue su un sentiero per ca. 45 min. fino a penetrare nel cratere (S25.52.451 E17.47.219 alt. 1226) attraverso una spaccatura sul latoDown from the Brukkaros della montagna, e lo spettacolo, sia guardando verso la pianura che all’interno del cratere, è davvero bello, il cratere stesso ha un’estensione di un paio di km, all’interno è vastissimo e pianeggiante, con il letto di un torrente che si forma durante le piogge e dovrebbe formare una cascata dalla spaccatura per uscire dal cratere. È visibile verso nord il residuo della stazione d’osservazione astronomica installata qui per via dell’ottima nitidezza del cielo.
Scendiamo quasi subito, abbiamo ancora molta strada da percorrere, e ci indirizziamo verso sud, avendo come meta il Fish River Canyon, a ca. 250 km quasi tutti su sterrato. E fu così che scendendo verso sud, col sole basso del tramonto, con le strisce di polvere sollevate dalle auto, con paesaggi multiformi, arriviamo al campo di Hobas ‘just in time’, finalmente con un bel clima a ca. 25° che proprio ci voleva per una bella e gustosa grigliata.

Along the C12

24 agosto - Hobas camp site (S27.37.214, E17.42.891, alt. 694)
Sveglia presto, vorremmo essere sul view point alla luce del primo mattino, ma iniziano le sorprese, purtroppo il campo non è mantenuto adeguatamente come ci si aspetterebbe, e come mi ricordo dagli altri siti in Namibia. L’acqua non funziona fino alle sette, comprensibile dato che il gruppo elettrogeno non è ancora in funzione, se non The Fish River Canyonfosse che i bagni si trovano in condizioni pietose, metà dei lavandini non funzionano, e l’acqua calda proprio non c’è. Se questo è il nuovo corso namibiano andiamo bene. Siamo in una delle zona più attrattive del paese e questo è ciò che viene compreso come qualità del servizio ai turisti, che purtroppo sembra essere anche altrove un dannoso standard di controllo delle strutture pubbliche, senza il supporto del governo che anzi è troppo occupato a gestire il potere come un regno d’altri tempi, instaurando talvolta una pericolosa forma di discriminazione dei bianchi, che, occorre dirlo, in Namibia non avevano mai instaurato un aparatheid di stampo sudafricano. Aggrava la situazione l’appoggio politico che la Namibia, unica la mondo, offre al pericoloso Mugabe, padre-padrone dello Zimbabwe che sulla linea del fantomatico ‘black power’ sta andando in rovina. La giusta via è la distribuzione delle risorse e le ricchezze del territorio nella comune gestione; certo che bisogna considerare oggi come popolazione ‘locale’ tutti quanti nei secoli ne hanno fatto parte, riconoscendo che dopo il colonialismo, i discendenti dei coloni bianchi hanno proiettato l’Africa del sud-ovest verso un’economia di mercato, che oggi viene distrutta da questi pseudo-liberatori, con buona pace dell’Onu, che non riesce a vedere forme di razzismo, direi al contrario, ma sarebbe da dire a 360 gradi in quanto quasi sempre l’etnia dominante domina su tutti i colori.
Lavandoci come fanno i gatti ci sistemiamo comunque, in fondo siamo qui per viaggiare sul territorio, andiamo sul view point migliore, quello appunto a pochi km da Hobas, e ci vado in pantoloncini e maglietta, tanto quando sorgerà il sole farà caldo. Già ma quando sorge il sole? Oggi è molto nuvoloso, freddo, e quando mi affaccio sull’orlo del canyon mi accoglie un vento freddo che sale da 500 mt. più in basso, un vento gelido, che mi fa scappare in auto a cambiarmi con più consoni jeans a maglione.
Lo spettacolo attorno al Fish River Canyon è magnifico anche con queste nuvole, anni prima avevo avuto il piacere di vederlo col sole splendente, e oggi replico la visita con l’intenzione di approfondirla, infatti prenderemo tutte le piste che si affacciano sul bordo del canyon, alcune impegnative in cui è necessario viaggiare in 4x4 e ridotta, portandoci in più punti sui bordi delAround the canyon area precipizio, ogni volta con panorami estesissimi e diversi, fino a vedere distintamente verso sud le montagne del Richtersveld in Sudafrica. Torniamo a Hobas dove ci fermiamo per la sosta spaghetti e riprendiamo poi la strada verso Ai-Ais, girando attorno al Fish River Canyon su un raggio più ampio, che anche qui offre panorami bellissimi, e come è classico della Namibia, incredibilmente differenti.
Arriviamo alla più rinomata località del parco del Fish River Canyon nel primo pomeriggio, piazzando il pickup e quindi la tenda nella grande aerea camping. Non mi lascio di certo scappare la possibilità di un bagno termale. Fantastico, arrivare in una zona estrema dell’Africa e trovare un impianto termale è unico, e non c’è quasi nessuno tra le vasche, dove l’acqua sorge naturale ad alta temperatura, direi un 50 gradi, regalando un bel relax per ben 20 dollari, 2,4 euro.
Ai-Ais pare una località termale in mezzo alle alpi svizzere, circondata com'è da montagne, se non fosse per il clima tiepido e i babbuini che girano, e rimane comunque un gran bel posto per una insolita sosta, dove almeno qui sembra che la gestione sia di buona qualità.
La mega spaghettata della sera è piacevole, con ca. 18 gradi ci sembra di essere in agosto!

25 agosto - Ai-Ais (S27.55.152 E17.29.301)
Partiamo in una mattina più calda, oops meno fredda del solito, pochi km ci separano dal confine sudafricano, puntiamo verso il border post di Noordover, al quale ci si arriva immettendosi Along the D316 to Noordoversulla nazionale B1 ed attraversando un paesaggio intrigante. Sbrigate le procedure doganali risaliamo sul pickup, ma per via dell’altezza del mezzo non vidi una piccola autovettura parcheggiata a lato, dentro la quale ficco un pezzo del mio paraurti! Banale incidente che ci fa perdere un paio d’ore per le pratiche assicurative e discussioni varie, passando tra le polizie namibiane e sudafricane, alla fine otteniamo l' ‘Accident Report’ e ce ne andiamo, purtroppo avendo perso troppo tempo per proiettarci sulla Namakwa Road, la famosa pista per 4x4 che porta sulla costa verso Alexander Bay.
Lasciamo così Vioolsdrif (S28.46.163 E17.37.474, alt 177), per raggiungere Steinkopf dove fare il pieno sotto un’acqua insolente ed un freddo cane, e siamo ormai in pieno Namaqualand, perciò punteremo direttamente su Kleinsee (S29.40.354 E17.04.160).
Kleinsee e tutta l’area adiacente fino a Koingnaas sono sfruttate dalla De Beers per l’estrazione della kimberlite, ovvero diamanti, dal 1927, perciò l’area è chiusa al pubblico, ma non a viaggiatori accaniti come me!
Infatti, De Beers accusata da qualche tempo di sconvolgimento dell’ecosistema e di troppa egemonia sul territorio, sta sperimentando programmi d’inserimento turistico nelle proprie aree produttive, in questo caso promuovendo l’attività turistica della così denominata ‘Diamond Coast’ dal cui sito Internet si possono reperire tutte le informazioni necessarie e chiedere i permessi d’entrata, tassativamente 5 giorni prima dell’arrivo.
Ordunque, tra le mail intercorse non avevo ricevuto conferma, ma decido lo stesso di percorrere i 40 km di sterrato per arrivare a bussare ai cancelli di Kleinsee, o meglio al check point; eh non si scherza quando ci sono in giro i preziosi diamanti.
Al gate faccio presente la corrispondenza intercosa con una certa Erika, e pensate un po' ... qui si conoscono più o meno tutti, mi trovano Erika che conferma la cosa ed in mezz’ora ottengo i pass per entrare! E non solo, all’ufficio del dirigente incaricato delle PR incontro Munnick, un simpatico sudafricano che fa uno di quei mestieri che dovrebbe pagare lui invece di essere pagato, il quale pensa a sistemarci in un piccolo lodge locale, che tentiamo di raggiungere subito, dato che al momento la pioggia sferzante ed il freddo mi fanno pensare perché diavolo ho voluto venire fin qui in questo posto in capo al mondo dove vedo solo prefabbricati e negozi di generi di sussistenza!
Il Huthoop Lodge si trova nella campagna fuori Kleinsee in direzione Koingnaas, si percorrono una decina di km di sterrato che, con la pioggia diventa peggio della neve, concia la macchina da In the Diamond Mining Area !buttare e si scivola che è un piacere, anche con un grosso 4x4 come il nostro.
Gulp che sorpresa l’Huthoop! Con intorno centinaia di km di campagna, si erge una fattoria che mette a disposizione dei piccoli (...e freddi) chalet, dove in due notti con due cene luculliane spendiamo ca. 70 euro a testa, mica male.
La sera, ceniamo in un freddo capannone, ma con un gran buffet, una grand’abbuffata, quale meraviglia il vassoio di un metro e mezzo di una versione locale di paella, le innumerevoli terrine di ogni bend’iddio, e la libertà di prendersi il vino direttamente dal bancone del bar, e segnarselo da soli sul conto. Insomma andiamo a letti stanchi, infreddoliti, straappesantiti, ma dobbiamo riposare perché domani ci attende una prova unica.

26 agosto - Uthoop Lodge (S29.44.965 E17.09.272 alt 126)
La colazione è da infarto, avendo ancora sullo stomaco metà della cena, la visione del tavolo imbandito alle otto del mattino è un bel colpo. Evito il tutto, devo essere in super forma, oggi ci tocca la ‘Shipwreck Route’ emminchia.
Shipwreck RouteIl tour così denominato è dovuto all’opera turistica di De Beers, basata su un percorso rigorosamente per 4x4 ben attrezzati, ed aggiungo io ben condotti, sulla spiaggia tra sabbia, rocce e conchiglie, dove giacciono alcuni relitti schiantati qui da decenni e qui rimasti. E ragazzi alla fine ho potuto dire che questo da solo vale tutta la vacanza!
Iniziamo schierando i veicoli nel piazzale, e qui mi viene la depressione, gli appassionati del genere in Sudafrica ci credono veramente e che veicoli superattrezzati, mica SUV da fighetti, ma pickup da macho rigorosamente telaio-balestra-differenziale autobloccante, tutto il resto è roba da yankee. Eppoi sono tutti simpatici, ci sono i due industriali dell’ovest con il loro possente Pajero, la famigliola di Jo’burg con il bel Discovery nuovo di pacca, quell’altra con il pickup Nissan come il mio, ma attrezzato per raggiungere Dakar, e l'amico di Knysna con il pickup Toyota che potrebbe essere aviolanciato, attrezzato ed elaborato al massimo che un entusiasta di off-road potrebbe fare. Eppoi arriva la nostra guida personale, il nostro Munnick, che dopo averci sistemato nel lodge ci condurrà sulla Shipwreck Route, guidando la colonna con la sua auto aziendale, naturalmente pickup Toyota gommato da trattore e con la romantica scritta sulla portiera “A diamond is forever”. Ora dite, secondo voi, è giusto pagare uno per fare un lavoro così? Ne deve avere fatti di soldi la De Beers.
Alle nove si scaldano i motori, si sgonfiano le gomme ad 1 atm. e via alla simpatica colonna di off-roader, parte con in mezzo i due primi ed unici turisti italiani affacciatisi a queste latitudini. Raggiungiamo il limite della strada, Munnick il capocolonna apre un cancello con le chiavi che solo lui ha il permesso di usare, e siamo nelle terra dove non si muove niente che De Beers non voglia, niente tranne i nostri potenti mezzi. Ed ecco iniziare la sabbia, le ruote sprofondano, metto in 4x4, scalo in ridotta, riscalo in prima, viaaaaaaa... insabbiati! Ma ho imparato il trucco, eh eh, scendo, blocco il differenziale, salgo, e la Nissan schizza via come una smart nel traffico milanese. Eh qui sto’ fatto è una cosa seria, mica valgono qualcosa gli optional da cummenda, qui l’optional più richiesto è la leva del blocco-differenziale in cabina, in questo viaggio sarò sceso almeno 15 volte a fare st’operazione di salvezza.
Ragazzi è meglio che Gardaland, già m’ero divertito di bestia anni prima in off-road nelle foreste umide del Guatemala, ma qui è un’apoteosi, guidare sulla sabbia è fantastico, vai dentro le scie lasciate dagli altri, giri lo sterzo e l’auto va dritta, fai tutto in ridotta col motore che gira e ciuccia carburante al 100% in più, metti la seconda e tiri a 2 mt. dal paraurti del Discovery che non vuole andare, o meglio che se ce lo avessi io in mano lo farei volare. Però emminchia come va stò cadavere, con un motore 2700 che su strada sembra un fire milledue, qui fa schizzare le due tonnellate bagagli e tenda compresi con leggiadrìa, su angolazioni al limite del ribaltamento, su salite al 80/90% fino alla prima sosta perché il capo, Munnick, ha bucato.
E giungiamo al primo relitto, la Border (S29.56.636 E17.07.781) cargo britannico spiaggiato nel Border wreck’47, e ridotto allo scheletro dello scafo, adagiato su un mare di conchiglie. La costa tutt’intorno è molto bella, per l’inaccessibilità del luogo si è mantenuta intatta, ed è curioso notare che stiamo camminando su una sconfinata distesa di conchiglie.
Ad un certo punto e qualche decina di metri dalla riva possiamo notare l’inconfondibile spruzzo di una balena, potendo osservare per poco anche parte dell’immenso corpo.
Proseguiamo lungo la costa sempre molto bella, in alcune soste possiamo notare delle costruzioni risalenti ai primi insediamenti alla ricerca di diamanti, ca. anni 20/30, ma soprattutto notiamo la particolare vegetazione che, in stagioni più fortunate perché più piovose regalano al Namaqualand una copertura e perdita d’occhio di coloratissimi fiori, e che noi purtroppo possiamo vedere solo saltuariamente, per via appunto della stagione invernale più secca del solito. Qua e Arosa wrecklà qualche scheletro di struzzo e qualche antilope passa in lontananza. Fortunatamente nessuna osservazione del pericoloso ‘cobra del Capo’.
Appare in lontananza a ca. un centinaio di metri, irraggiungibile dalla costa, la sagoma dell' Arosa (S30.01.949 E17.10.010) cargo cipriota naufragato del 1976.
Più avanti incrociamo il relitto della grossa Piratiny (S30.04.641 E17.10.904) nave brasialiana che lì giace dal ’43, spezzata in due sugli scogli con parti dello scafo e della struttura ferrosaPiratiny wreck sparsi in un centinaio di metri, tutto molto suggestivo.
La pista si fa più impegnativa, a tratti rocciosa, a tratti più sabbiosa di prima, in ogni modo il nostro Nissan procede bene, ehm o forse è condotto da un pilota esperto... solo l’ultima altissima e lunghissima duna mi costringe a riprendere strada per la rincorsa e dribblarla alla sommità, ca. una ventina di metri salendo quasi al 100% di inclinazione. Fantastico, al mio ritorno mi comprerò un'Uaz di terza mano della fanteria sovietica. Tra le cose più eccitanti di tutti i miei viaggi questo tour dantesco!
Ora siamo a Koingnaas (S30.12.000 E17.16.500) a ca. metà pomeriggio, sistemiamo la vettura, riportiamo i pneumatici in pressione con la pompa elettrica in dotazione, riempiamo i serbatoi, che 60 km in ridotta ne hanno consumato di gasolio, e torniamo alla base di Houthoop, tranquillamente lungo la strada che costeggia il mare e dall’altra parte l’infinita distesa di ‘succulent tree’ che in stagioni più fortunate sarebbe stata una meraviglia. Chissà cosa ci spetta per cena? Eh, ma la grigliata all’aperto per veri ‘Voertrekker’ boeri! E va là che non piove e con ben 7/8° si sta da Dio a mangiare all’aperto, solo che poi per stare il più possibile vicino al fuoco puzziamo di fumo da maledetto.

Shipwreck Route on the Diamond Coast !!

27 agosto - Kleinsee (S29.40.354 E17.04.160)
Usciamo per la colazione prima di lasciare Houthoop, e vedo appollaiato a fianco del mio chalet un’enorme specie di gufo, una roba grossa come un tacchino, con gli artigli grossi come dita infilati dentro il tronco. L’uccellaccio non ne vuole sapere di aprire gli occhi per fare la foto Raptorche vincerà il premio annuale di National Geographic, ma non mi azzardo a toccarlo, che con una beccata mi stacca n’dito.
Colazione come si deve, come se non dovessimo mai più mangiare, e poi lasciamo questo incredibile posto per tornare verso Kleinsee e salutare i nostri amici dell’ufficio PR della Namaqualand Mines. Incontriamo ancora Munnick ed Erika, e ci informano che sta partendo una breve visita alla miniera principale di Kleinsee, offrendoci l’opportunità di aggregarci che non ci lasciamo sfuggire.
Saliamo sulla collina dietro alla cittadina, dove si entra nell’area ‘off limits’, e dove inizia il rito della sicurezza, per noi e soprattutto per loro! Per noi, elmetto protettivo, tappi per le orecchie, mascherine per respirare nella polvere, scarponi. Per loro, sigillo su tutte le apparecchiature, consegna delle borse, firma sulla liberatoria che li autorizza a perquisirci se necessario e ad effettuare i raggi X all’uscita. E’ evidente che De Beers ha sùbito parecchi furti proprio da chi può penetrare nelle aree minerarie, infilarsi in tasca un sassolino è un bel colpo, anche se in tutto il Sudafrica non è possibile vendere diamanti grezzi che sono di proprietà di De Beers anche se stanno sottoterra (!). Poi c’è la storia dei permessi di caccia, subito revocati quando hanno scoperto che infilavano nella cacciagione i ‘reperti’, e poi i minatori, quelli che stanno proprio sulla terra, che devono lavorare sotto il costante controllo della telecamera, e fare docce e raggi X all’uscita. Pure in caso di trasloco, tutto ciò che esce da Kleinsee passa ai raggi X.
E siamo nell’area finalmente, un’esperienza sicuramente fuori dal comune in un viaggio fuori dalle rotte comuni.
Erika, PR e nostra accompagnatrice ci porta subito sulla costa, dove vive un’immensa colonia di leoni marini, sparsa lungo alcune decine di km perciò non impressionante come a Cape Cross in Seals colony of KleinseeNamibia, ma ben più consistente, numericamente infatti si stimano 350.000 esemplari.
All’interno dell’area è un continuo viavai di macchine e mezzi, autocarri e scavatrici di dimensioni ciclopiche, ed una fine polvere maledetta s’infiltra ovunque. Non si tratta di una miniera tradizionale, ma di un ‘rastrellamento’ della superficie fino a ca. 5 km dal mare, il materiale grezzo è estratto per ca. 20 mt. di profondità su una lunghezza di 20/30 km, perciò tutta la terra è prelevata, filtrata, e minuziosamente controllata, dalle macchine che lavorano il grezzo, fino a mani ed occhi esperti. C’è da restare di stucco di fronte a simili macchinari, gru alte come palazzi di otto piani che muovono tonnellate di terra su un raggio di 100 mt., ed un’enorme ‘pesta pepe’, alto una ventina di metri, dove entrano sassi e roccia ed escono briciole, separate poi da macchine vibratrici e filtrate dall’acqua.
Mining activity in KleinseeUsciamo soddisfatti da questa inusuale esperienza, ripassiamo i vari check point, e i famigerati raggi X dove una voce in afrikaner ci da le istruzioni.
Lasciamo Kleinsee nel primo pomeriggio, ho finalmente trovato la risposta alla mia domanda di due giorni prima: “che diamine sono venuto a fare quaggiù?”.
Raggiungiamo Port Nolloth dopo un’ora abbondante e cerchiamo una sistemazione, ma purtroppo scopriamo che vige un congresso delle municipalità del Namaqualand... probabilmente il Molise avrebbe più problemi logistici nell’organizzare una sua cosa così, tuttavia non riusciamo a trovare alcunché, quando, avvicinandoci a quello che sembrava un B&B una simpatica signora ci accoglie dicendoci “allora, venite da Kleinsee... tutto ok?” Diamine vabbè che il paese è piccolo, ma non sapevamo che le nostre imprese fossero già conosciute in giro, che la presenza di due turisti padani aveva fatto notizia! Poi ci sovviene che era anch’ella ospite del Hoothoup Lodge. Acci che memoria visiva, facciamo finta di niente, la lady ci aiuta a trovare una sistemazione nella vicina Mc Dougall's Bay.
Ci sistemiamo in un tristissimo motel con miniappartamenti, gestito da una tristissima, spettinata figura di quelle che sembrano una via di mezzo tra ‘mi sono appena alzata e ‘mi sono appena fumata’; ci chiede una caparra che ci verrà riconsegnata se lasceremo la camera in ordine, il che mi sembrava un’eufemismo quando vidi le condizioni della camera.
Appena in tempo per vedere il tramonto sull’oceano atlantico aperto, dritto in fronte a noi c’è Sunset on Mc Dougalls Bayl’Argentina per giove! Fa un freddo cane, riesco appena ad attendere il momento del sole calante nel mare, ma poi devo andarmene al caldo.
In auto raggiungiamo nuovamente Port Nolloth, per cenare in un piccolo, intimo ristorantino, Anita's Tavern, proprio ben messo per l’insolita freddezza impersonale del posto. Port Nolloth è una luogo anomalo, senz’anima, almeno appare così per qualche ora, ma non da nemmeno la voglia di scoprire se un’anima esiste.

28 agosto Port Nolloth (S29.15.353 E16.52.408)
Ci svegliamo nel ameno appartamento che non vediamo l’ora di lasciare, non prima di un’abbondante colazione, come da nostro stile, un litro di latte e caffè e mezzo kg di cornfleics. Non potrei proprio fare a meno del caffè, soprattutto nel pomeriggio.
Ci incamminiamo verso la città, dove trovare da cambiare, cosa talvolta problematica, vuoi per la mancanza di collegamento agli sportelli ATM (leggi Bancomat), e anche per la burocrazia degli sportelli bancari. Sarà meglio provvedere per il futuro ad un consistente cambio all’inizio del Port Nollothviaggio, che se ciò ci espone a rischi, tuttavia ci consente di evitare di perdere intere mezz’ore in coda per poi non ottenere alcunché.
Ci rimane del tempo, il transfer verso Springbok dove vorremmo fermarci per la notte è corto, e ci permettiamo una rilassante passeggiata sullo spiaggione.
Si sente il clima invernale, alle dieci del mattino non più di 18°, e la luce laterale allunga le forme, in affascinanti figure ‘ombrose’ nell’intercalare di dune degne del migliore ‘periodo blu’ del famoso artista catalano.
Port Nolloth sta adagiata qualche metro sopra la spiaggia, e la osservo nella sua estensione, dal porto fino ai quartieri più a nord, da qui nel suo insieme appare più caratteristica di quanto è nella realtà fedelmente descritta dalla guida: una località a metà strada da tutto.
Siamo in viaggio su una comoda via asfaltata, tuttavia optiamo per un percorso sterrato che ci Great Namaqualandporta più speditamente verso Springbok, ma soprattutto penso, attraverso itinerari più inebrianti, sfruttando d'altronde le potenzialità del mezzo a disposizione (...), che già splasciamo dentro pozzangherone da 50 m². Viaggiamo tra vallate affascinanti, ampi anfiteatri ed alcuni passi elevati, ed è un vero peccato che quest’anno la fioritura non abbia coinciso con questi giorni del nostro viaggio.
Quindi dai mille e passa metri di altezza piombiamo dall’alto sulla cittadina di Springbok, capoluogo del Namaqualand, bellamente distesa nel mezzo di una ampia conca contornata da montagne, unico grande centro tra Capetown ed il confine namibiano, parliamo di una cittadina di 30.000 abitanti, che offre in ogni caso qualunque tipo di sostegno commerciale nel raggio di 300 km, perciò durante il giorno l’attività è frenetica ed i numerosi negozi e supermercati sono sempre pieni.
Ci sistemiamo subito in un delizioso B&B, che a meno di 30E ci affitta per una notte sola un miniappartamento da 4 posti con cucina, una cifra veramente esigua per due figuriamoci se fossimo al completo.
Abbiamo ancora il pomeriggio da passare e decidiamo di fiondarci a visitare la vicina Goegab Nature Reserve, immersa in un discreto paesaggio naturale consistente in ampie vallate, che alla lunga, dopo una camminata di un’ora diventano piuttosto monotone. La zona infatti del Namaqualand centrale non offre un gran che, seppur non propriamente brutta, appare con immense vallate; ancor più monotono è l’altopiano centrale che il giorno dopo ci porterà verso est.
Torniamo a Springbok, fermandoci per uno shopping in città ed una buona birretta in uno dei bei locali del centro cittadino, passeremo poi la serata con del seducente cibo take away preso dal fast food locale, annaffiato con ottimo spumante sudafricano.

29 ago - Springbok (S29.39.511 E17.53.136, alt. 511)
Ci alziamo nel lusso di un bell’appartamento pure riscaldato, e dopo avere passato notti in tenda sottozero sembra ancora di dormire e sognare, ma ci svegliamo ben presto con la nostra solita abbondante razione di milk&flakes, e partendo scopriamo di avere una gomma quasi a terra. Niente Orange river: Namibia on the right, SA on the left !di grave basta un passaggio da un gommista, Springbok abbonda di qualsiasi tipo di servizio, e con grande sorpresa, forse come primi clienti del giorno, l’omino blu del “Tyre Centre” non vuole essere pagato per una ‘così semplice riparazione...’ non ho che dire, in tempi di adeguamento all’Euro, da noi sarebbero partite una trentina di carte.
Ripartiamo subito sulla strada verso il parco del Augrabies Fall, caratterizzato appunto dalle famose cascate del fiume Orange, e lungo il tragitto facciamo sosta a Pella (S29.01.963 E19.09.169, alt. 470)  piccolo, piccolissimo villaggio reso famoso dalla piccola chiesa, costruita da un esploratore che voleva assolutamente lasciare un segno ci cristianità, ma senza nulla sapere di architettura eresse quest’opera nell’800 che ancora regge. Le suore nella chiesa ci raccontano qualcosa di questa storia, pregandoci di non fare la carità in giro, poiché quasi tutti spendono i pochi denari nei numerosi ‘Beverage Store’ dove è legale vendere alcoolici.
Lasciamo Pella e tentiamo di raggiungere il vicino Orange, che troviamo lungo un pezzo della The Augrabies FallNamakwa Road, giusto per il piacere di guardare oltre e vedere a poche decine di metri la Namibia.
Raggiungiamo l’Augrabies Fall nel primo pomeriggio e possiamo così visitarlo subito, devo dire riservandoci una bella delusione. Il marketing del turismo Animals of the Augrabiesdipinge questo parco con toni quasi da avventura, ma ben presto ci si rende conto che un pomeriggio è più che sufficiente per girarlo in lungo ed in largo, osservando in alcuni punti certamente dei bei panorami ‘cinemascope’, ma purtroppo con una stagione così secca, le anse e le stesse cascate dell’Orange non hanno molto da offrire.
Almeno qui non fa quel freddo intenso che ci ha accompagnato fin d’ora e possiamo dormire tranquilli.

30 ago - Augrabies Fall (S28.35.538 E20.20.097, alt. 628)
Beh allora un’altra giornata passata qui sembra non avere senso, perciò briefing veloce e decidiamo di spostarci verso Upington, lasciando perdere la prenotazione valida ancora un giorno.
Arriviamo ad Upington (S28.27.122 E21.14.337) verso mezzogiorno, e qui sì che è un bel centro di vita, la maggiore città del Northern Cape, crocevia viario, turistico e commerciale, in pratica alle porte del Kalahari e sulla via per il confine Namibiano.
Cittadina adagiata sull’Orange, con le vie tutte intersecanti in perpendicolare, dove al primo incrocio, il profumo di fritto di un fast food ci attira per un bel pollo con patatine, schifezze oliose colesteroliche da golosi che gustiamo con un litro della bevanda mondialista a stelle e strisce! Ed ora facciamo un po’ di shopping, lanciandoci nel frenetico commercio e nella confusione, lasciando l’auto in custodia ad un improvvisato parcheggiatore, che abbiamo voluto credere ex membro dei reparti d’assalto dei Royal South African Marines. Perciò fidato.
Torniamo dopo avere fatto la solita spesa, vino, birra, carne e salsicce per la griglia, in fondo a pranzo siamo stati leggeri, paghiamo con una decina di Rand il Sergente, e ci dirigiamo verso nord, dove speriamo di trovare un camping alla Spitskop Nature Reserve.
Questa riserva privata è una bella sorpresa, una dimostrazione di gestione intelligente del territorio, caratterizzata da una curiosa collina di enormi massi, uno sopra l’altro, che non posso credere siano stati sistemati apposta, e con una sconfinato territorio privato e cintato dove sono tenuti varie specie di animali, erbivori, ed alcuni cammelli, residuati bellici delle compagnie tedesche della prima guerra mondiale.
Il camping ai piedi della collina è a livelli europei, anzi nord europei, pulito, attrezzato, illuminato, e stupisce l’osservatorio piazzato in cima alla collina, da dove mirare il territorio della farm e splendidi tramonti. Il clima è incredibilmente caldo, tiepido, direi sui 25°, tanto che vorremo portare i sacchi a pelo in cima. Ma ecco affacciarsi qualche problema, giusto per chiudere in avventura, all’imbrunire arrivano sciami di moschini fastidiosissimi, che poi spariscono col buio, e fin qui tutto bene. Ci corichiamo tardi, saranno state le nove, ma prima di mezzanotte si alza il solito bastardo ‘vento del Kalahari’, stavolta non freddo, il clima rimane sui 18°, ma disgraziatamente forte, tanto che devo aprire la zip per recuperare il telone di copertura che come al solito se ne stava sul tetto della cabina di guida, e per tutta la notte il vento sbatte la tenda al limite della rottura, oltre a tenerci quasi svegli.

Dusk at the Spitskop Nature Reserve

31 agosto – Spitskop Nature Reserve (S28.24.135 E21.12.568)
All’alba, ancora col vento forte, ci alziamo verso le sei e trenta, ammirando finalmente un bellissimo levar del sole.
La meta ultima di questo viaggio sarà Kimberley, distante solo 300 km, dove arriviamo prima di mezzogiorno, e cerchiamo una sistemazione dignitosa. Non avendo voglia di cercare troppo e dovendo sistemarci per il viaggio aereo di ritorno del giorno dopo, facciamo una scelta a tutto campo andando al Protea Hotel, un bel quattro stelle, un po’ datato, dove tuttavia per meno di 50 euri, una camera doppia con tutti gli agi e grande metà del mio appartamento è un bell’affare.
Procediamo perciò alla visita della città, che essendo di domenica è tranquilla e proprio spenta e semideserta. La chicca da non perdere è la vecchia miniera di diamanti, il famoso ‘Big Hole’, The Big Hole in Kimberlyovvero un enorme buco, all’epoca di 1100 metri, scavato in verticale dal diametro di un centinaio di metri, ed oggi riempito di detriti ed acqua che lo rendono uno spettacolare e per certi versi inquietante lago.
Tutt’intorno è stato ricostruito un villaggio coloniale di fine ‘800, epoca d’oro, oops, di kimberlite volevo dire, epoca degli avventurieri che giunsero da ogni angolo del globo in cerca della pietra che avrebbe cambiato la loro vita. Su tutti forse solo Hoppenheimer fece quella fortuna che condusse alla ‘Consolidated Mines’ che oggi è quella potenza che si chiama De Beers, e che sfrutta in monopolio l’estrazione di diamanti in tutto il Sudafrica, e buona parte di Botswana e Namibia, per cui semmai dovessi inciampare in una pietruzza scintillante, secondo la legge sarei obbligato a venderla a De Beers, diversamente portarla a casa, o venderla a chiunque è illegale.
A metà pomeriggio passiamo dall’altra parte della città, attraversando il quartiere ad est, dove una miriade di lussuose villette fanno intendere il tenore di vita.
Ci fermiamo in un tranquillo e caruccio pub per un drink, parcheggiando praticamente lì davanti il nostro pick-up segnato dai km, dalla sabbia, dal fango, dalla vita dura, quando uno strano individuo tipo ‘Magnum P.I.’ si avvicina agitando una mazza da baseball... superata una comprensibile diffidenza iniziale, per non dire panico, realizziamo che si tratta del guardiano assoldato dal locale per guardare le auto dei clienti e crearsi così dei clienti.
All’interno numerosi giovani che passano la domenica tra birre e dardi, anche qui pare di essere trasportati in una qualsiasi città inglese, molto inglese. Usciamo poco dopo, cercando delle monetine per la mancia a Tom Selleck, quando me lo vedo a qualche metro che con sorriso rassicurante e pollice alto mi indica che tutto è andato bene... vabbè, che c’è di strano, in Guatemala mi sono ritrovato i guardiani dei ristoranti con fucile a pompa, questo in fondo rientra nella normalità.
Finalmente in una bella, ampia, quasi lussuosa camera di albergo, inavvicinabile al 80% dei sudafricani, dove ci sistemiamo prima di cena. Titubanti chiediamo alla reception se è possibile raggiungere il centro a piedi da soli, che insomma dopo avere visto la polizia a cavallo che scaccia i barboni a zoccolate, qualche dubbio viene, ma pare non ci siano problemi.
E andiamo verso il ristorante del Savoy Hotel, uno dei più belli ambienti che ho trovato in SA.
Il Savoy è, o forse era il più bell’albergo della città, lasciato piuttosto decadere, è comunque mantenuto in funzione, e vale la pena di fermarsi per l’atmosfera d’altri tempi che vi si respira, circondati da un arredamento Belle Epoque tendente al rosso che lo rende veramente unico.
Il salone del ristorante è uno sfarzo dei tempi che furono, fa niente se la tovaglia è bucata ed i tovaglioli hanno qualche strappo, la sensazione di vivere nel vissuto è unica, queste ‘macchine del tempo’ di cui talvolta il SA è dotato, regalano sensazioni uniche ed inimmaginabili se non essendo lì. Il personale è tutto di colore, e si danno un gran da fare per mantenere l’ambiente all’altezza della fama della sua storia. Scommetto che la metà dei camerieri vive in condizioni ben diverse nella periferia, forse ancora nelle baracche della township, eppure qui dentro l’ospitalità sente lo spirito di cordialità del personale, e per capire quanto sia apprezzabile questo bisogna capire che oggi il ‘black pride post apartheid’ sta portando a situazioni non sempre felici.
Perciò ambienti come questi del Savoy sono una piacevole e gradita sorpresa, fa niente se il cibo sa di precotto, non è un posto che ricorderò per la cena, ma per l’atmosfera unica e per certi versi irripetibile, mi pento di non averlo scelto per la notte, sarebbe stato un bel ricordo.

1 settembre - Kimberley (S28.44.168 E24.46.480)
Transfer finale verso Jo`burg, 450 km veloci su lunghe e dritte strade nazionali, mai troppo trafficate, con sosta nel fast food Nando`s per il pranzo stuzzicante a base di pollo e patatine. Man mano che ci si avvicina a Johannesburg ci si rende conto di come cambia la realtà The motorway around Johannesburgsocioeconomica: sempre maggiore è la percentuale di bianchi in giro, sempre più frenetico è il traffico commerciale, sempre più parlato è l’afrikaner, tanto che anche chi parla inglese fa fatica a capire ed essere capito.
Si notano sempre di più le numerose miniere presenti nell’area, la maggior parte aurifere, visibili dall’alta torre dell’elevatore principale.
Giungiamo a Jo’burg da sud, passando dritti per Soweto, ben nota a tutti. Ma mai ci si potrebbe immaginare tale estensione di baracche, anche oggi ad anni di distanza dalla caduta Sowetodell’apartheid, Soweto resta una triste sconfinata distesa di lamiere che sembrano tenute insieme da un intreccio di cavi elettrici.
Ed ancora cadiamo nella non facile comprensione della segnaletica stradale, quindi invece di raggiungere l'aeroporto da sud, ci tocca compiere tutto il giro del ring, passando da Sandton e dai sobborghi alti, ed il ring della terza africana ci porta a compiere una cinquantina di km in più del previsto.
Ci avviciniamo alla zona dell’autonoleggio guidati dal GPS dove avevo preventivamente memorizzato la posizione, ma è stato comico raggiungere un punto segnalato da una linea retta: dapprima ci troviamo a soli 500 mt. con in mezzo uno snodo ferroviario, poi a 200 mt. dall’altra parte dell’autostrada. Trovare la dritta via nella città è stata l’impresa più ardua...

mailto: fabrizio_r @ tele2.it


Ecco la prova!



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