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'Round the Mexico Gulf

Guatemala, El Petén, Tikal



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August 18-21, 2000
Faceva freddo quell'estate...! Alle 6 del mattino nell' "Aeropuerto del Sureste" di Cancun faceva un freddo bestia, non pensavo che l'aria condizionata potesse arrivare a tanto: 30° fuori, 15° dentro! L'aeroporto di Cancun č veramente desolante e a quell'ora proprio deserto. Alle 6.30 ca. arrivano gli impiegati dell'Aviateca, che iniziano i preparativi per il volo per Flores, Aeroporto del Petén. Grande organizzazione, cartello appeso indicante la destinazione, e cassa amplificata portatile, mi vengono in mente gli schermi 16:9 al plasma di Malpensa...
Tuttavia... il 737 Aviateca parte in perfetto orario, e sempre in perfetto orario scorgiamo il lago Petén sotto di noi.
E' una gran bella visione, quella del semi-isolotto di Flores dall'alto, è proprio un piccolo gioiellino, incastonato in un'area verde che più verde non si può... scendendo dall'alto non scorgevano altro che foreste.
Splaff, landing ok, parcheggio del volatile, e scendiamo, a piedi è chiaro, verso l'aerostazione, o meglio il capannone... dove i poliziotti tentano una perquisizione fantozziana, mi guardano nel borsone e mi lasciano lo zaino in spalla... e ch'avevo un chilo di spaghetti! E finalmente una simpatica impiegata mi mette un bel timbro sul passport; quello dei timbri sul documento è una cosa importante, è la prova tangibile del tuo passato da viaggiatore, inconfutabile,  scorretto fare come gli americani che timbrano svogliati la prima pagina a caso! No questi si prendono tutto il tempo che ci vuole e mi mettono due timbri con precisione, nella prima pagina bianca e belli dritti.
E siamo in Guatemala, alla mercé dei tour operator locali nell'atrio dell'aeroporto, dove chiediamo un veicolo per girare un po' la zona, in fondo, avevamo convenuto che una piccola auto sarebbe stata comoda e ci avrebbe reso indipendenti. Da lì ad un quarto d'ora usciremo dall'aeroporto pimpanti su un magnifico pick-up Mitsubishi L200 2.5 turboD 4x4 double cab. Suvvia, si vive una volta sola. L200: 2.5turboD 4x4 !!!
Ci sistemiamo nel simpatico hotel Itza, proprio a Flores, scelta strategica poiché è come stare in centro a San Marino!
Flores, non è solo un posto bello e affascinante, succede di innamorarti di questo paesino, quasi un mondo a parte ed appartato dal resto che lo circonda, d'altronde basta un passaggio veloce per San Benito per rendersi conto che Flores sta al Guatemala come Taormina alla Sicilia. E' tutto molto semplice, niente ti appare invadente, niente è immediato, non c'è alcuna cosa appariscente o particolare da vedere, ma al viaggiatore sensibile al fascino delle cose vere, non sfugge un'atmosfera di rilassatezza spensierata, non esuberante, ma intensa, una luminosa serenità del vivere, non urlata ma sempre sottintesa, perché insita nella sua esistenza. Flores: a lost paradise !!
Intorno, uno specchio d'acqua, calmo e levigato, che tempera costantemente la temperatura, anche nel mezzo all'umida foresta circostante, e che, al tramonto regala visioni da 'espressionismo' puro. A destra vediamo il piccolo abitato di Tayasal, mentre a sinistra si scorgono le costruzioni disordinate di Santa Elena e del più losco San Benito. San Benito, un posto confortevole
Volgendo lo sguardo al tramonto, sul lungo lembo di lago che sfugge verso ovest, abbiamo una candida luce che irradia Flores di energia positiva, una ricarica per il giorno a venire.
Piccolo e fenomenale l'Hotel Itza, tre letti con bagno, aire acondicionada, ventola sul soffitto, e TV color (!!) per 35 Usd sono un'affare, tralasciando la colazione abbastanza 'fugace'.
Partiamo subito per un tour del lago Petén, appena entrati nel parco, i simpatici forestali, ci fanno notare le numerose scimmie urlatrici che penzolano dai rami, la foresta del Petén, è come dire amichevole, in altre parole bella e maestosa, verde (e ci mancherebbe!), ombrosa e fitta, alberi altissimi, popolata da innumerevoli coati (graziosi roditori), uccelli multicolori, e con le scimmie che lanciano urla suggestive ed inquietanti. Ma mai umida e piena di Zanzare come la giungla che troveremo più a sud, a Sayaxchè. Tikal dunque.
E sono solo le 8.30. Già, abbiamo lasciato Cancun alle 7 ed alle 7 siamo arrivati, perché  qui hanno un fuso orario sintonizzato con le galline, ed alle 8 siamo già 'accomodati', perciò partiamo subito, pensando di 'girare' il Lago Petén, ma entriamo per errore nel Parco Nazionale di Tikal, dove involontariamente giungeremo alla mitica Tikal.
Allora, visto che siamo qui, tanto vale visitare i ritrovamenti archeologici della antica città Maya, una delle più vaste ed importanti, e come avremo modo di scoprire di persona, forse la più affascinante e spettacolare.

Tikal zone
Parcheggiamo il potente mezzo e ci incamminiamo nella vasta area archeologica, bisogna sgambettare parecchio per vistarla tutta, e non eravamo preparati ed attrezzati all'evento che, per uno sbaglio di navigazione (sonnolenza del sottocristo) ci aveva condotto qui. Dopo poche centinaia di metri incontriamo i primi templi svettanti sopra la giungla, diroccati ma intatti nella loro magnificenza, avanziamo ancora e usciamo allo scoperto sulla piazza principale, attraversando la necropoli ora ci appare la Tikal vera e propria, seminascosta nelle giungla (alcuni monumenti sono ancora in fase di recupero, imbrigliati nelle radici), magnifica ed anche piuttosto inquietante; qui, proprio qui dove si affacciano i templi III° e IV° era il centro della vita e di ogni attività di una delle città più significative della civiltà Maya, la cura dei restauri e lo stato di mantenimento dei ripidi monumenti sono ancora in grado di regalare una suggestione mistica impareggiabile, rapiti da un'aurea esoterica esaltata dalla giungla che accoglie con il suo groviglioso abbraccio ogni cosa rimasta, richiedendoci il massimo rispetto per la santità del luogo, testimone unico e meraviglioso di una civiltà scomparsa, perciò ancora più affascinante.
Le scimmie urlatrici sono gli autori della soundtrack di questo abbagliante spettacolo, un connubio unico al mondo di arte umana e natura sovrana. Tikal: il complesso principale
Proseguiamo la visita, ci stavano anche 200 mila persone ai tempi d'oro, hai voglia, qui si fanno i km per vedere tutto, così ancora pietrificati dalla bellezza della piazza principale, raggiungiamo il tempio III°, dove lo spettacolo è ancora più grande di prima. Il tempio III° ha ancora la base immersa nella vegetazione e la sommità che svetta sopra, dalla quale si gode un panorama f-a-v-o-l-o-s-o dominando l'intera foresta del Petén, si vedono sbucare le cime delle altre piramidi, fra le quali maestosa, quella del 'Mundo Perdido', così come dalla sommità di quest'ultimo si viene ugualmente ripagati con la stessa preziosa moneta, una splendida visione esclusiva con l'altissimo tempio III° dominante. See Eros upon the Mundo Perdido
Ad un tratto, ad un distratto visitatore sulla sommità del Mundo Perdido, cade una bottiglia di plastica vuota... è incredibile l'effetto sonoro che fa, da una trentina di metri d'altezza si ode distintamente ogni battito, ogni echeggiare dell'oggetto fino a quando ne cessa l'inerzia; ci lascia immaginare l'atmosfera del cerimoniale, quando il sacerdote Maya nel silenzio totale parlava dall'alto del tempio...
Terminiamo con la visita al museo annesso all'area archeologica, che a differenza dei siti messicani dove hanno asportato tutto al museo di Mexico City, qui è esposto quanto (poco) ritrovato, soprattutto scavando sotto al tempio IV° dove fu scoperta la tomba del re 'Luna Doppio Pettine' con tutto il suo prezioso corredo funebre.
Come primo giorno in Guatemala può dirsi intenso, molto intenso, torniamo indietro in quel di Flores, percorrendo la stessa strada a ritroso e ammirando il curioso 'layout' del territorio collinare, composto da pini, palme, e una sorta di foresta più boscosa che giungla vera e propria, e curiosi abitati dove le gente vive in precarie capanne all'apparenza più dignitose dei vicini messicani yucatechi, alcune anche con un grazioso giardino ben tenuto e cintato. Immagini queste che ancora mi solleticano la curiosità, siamo infatti in un paese duramente colpito da una lunga guerra civile ventennale, con un'economia che dire arretrata suona come un'eufemismo, tuttavia questi piccoli agglomerati isolati rendono un'immagine più che dignitosa, almeno col vicino Messico come parametro di confronto, anche se poi, non può sfuggire un'alone di tristezza quasi sempre presente sul volto della gente, dove i 'cugini' messicani recavano invece un solare fatalismo.
Costeggiando lo splendido lago Petén, da San Jacinto a Flores, torniamo al simpatico albergo dove un paio d'ore di riposo si rendono necessarie, prima di cenare all'angolo al-pure-lui-simpatico ristorante simil-argentino specializzato in parecchie cose sudamericane, tra cui la discreta 'parillada' argentina che gustammo con gusto.
Come non apprezzare l'ulteriore ritocco verso il basso dei prezzi medi passando dal Messico al Guatemala, trovando tuttavia un ambiente ed un'accoglienza, almeno a Flores, di ottimo livello e competenza. Curioso l'omino che imbraccia il fucile a pompa fuori dal locale, deve essere una specie di cortesia del 'customer service' del ristorante, che vorrebbe fare sentire i suoi clienti al sicuro, ma la mia impressione č piuttosto che vent'anni di guerra e guerriglia, hanno portato l'abitudine di indossare le armi come gli abiti...
Flores è veramente particolare, una piccola isola (!) nello sconsolato Guatemala, bella non solo per l'incantevole posizione da 'laghetto svizzero', ma che gode di un'atmosfera particolare, in parte dovuta a quei quattro o cinque locali che danno il tocco finale d'artista ad un quadro da definire idilliaco. Così il buon simil-argentino ci è piaciuto, ma che dire del mitico Carlos, un giovane cinquantenne che ha trovato il suo equilibrio di vita nel brioso ristorante da lui aperto a Flores, forse il locale più anomalo e singolare, dove si mangia bene, certo, si beve meglio, pure, ma poi il Carlos imbraccia il basso e col suo compare americano che sembra Bob Dylan in vacanza, ci suonano una decina di classici che scaldano i nostri cuori tiepidi ma mai freddi, eh allora rimani stordito da questo Guatemala che non ti saresti mai e poi mai aspettato, sembra quasi quell'Eldorado che hai sempre cercato, dove un po', ritroviamo noi stessi nella nostre esatte dimensioni spirituali ed oggettive.
E che dire di quel Mayan Princess, localino così così, che tenta degli accostamenti arditi in cucina, e ci riesce pure benino, riempiendo il locale di giovani viaggiatori squattrinati, con la trovata del dopo cena con film in vhs, tanto chissè frega della Siae (o Riaa, nda)?
Un vago sapore d'altri tempi aleggiava in quelle serate in quei locali (canterebbe Battiato...), mentre diverso era invece quel localino in riva al lago, con quello splendido pontone adagiato sulle acque, dal quale ti saresti aspettato di vedere un coccodrillo saltare fuori, e invece nella pace più totale ci regalava indimenticabili rilassanti tramonti, in un immenso panorama in 'cinemascope' dove il sole cadente fungeva da illuminazione, il lago da palcoscenico, le isolette sullo sfondo da comparse, e le piccole barche i protagonisti che filavano sulla superficie a specchio. Un set cinematografico. In questo simpatico localino di veri guatemaltechi, potevi bere, mangiare, fare colazione o uno spuntino a qualunque ora, senza distinzione, occorreva solo premunirsi di una certa dose di pazienza 'latina' di quel intendere il tempo non in senso assoluto, ma dominarlo gustandosi in relax i momenti di attesa che per noi 'industriali' diventano nevrotici. Il personale se la prendeva comoda, praticamente tutto ciò che era scritto sul menu te lo facevano, occorreva solo il tempo per cercare le uova, impastare, sbucciare le patate, pulire il pesce, insomma se chiedevi vino d'annata potevi stare al tavolo un annetto in attesa che invecchiasse! Ma lo spirito centroamericano era salvo e questo è quello che conta, e il gusto ci guadagna, infatti le patatine fritte erano di una squisitezza, c'è voluto solo tre quarti d'ora per farle, ma chi lo vuole McDonalds qui?
Già, quella mattina volevamo andare a Céibal, molto più a sud, ma i tempi per la colazione ci costrinsero ad effettuare il più tranquillo giro del lago, ormai erano già le 9.30...
Il 2.5 turbodiesel si accende in un lampo, è uno di quei motori che partono sempre, anche se trovi una di queste macchine sepolta in una caverna dopo vent'anni... la coppia generosa fa partire il grosso pick-up con una dolce ma decisa spinta da dietro. Giungiamo ad El Remate, piccolo villaggio in riva al lago, che tenta la carta del turismo per uscire dallo stallo economico ed istituzionale, e sembra farcela, almeno l'atmosfera è già di quelle giuste, qualche alberghetto è ben avviato, è solo piuttosto isolato, bisogna farci l'abitudine.
Più avanti, mi affaccio da un lungo pontile dove delle guardie forestali fanno il bagno, l'acqua limpida e cristallina mi attrae, ma, chiedo donde stanno i coccodrilli? Mi fanno segno laggiù... come dire li abbiamo visti di là e noi stiamo di qua, la cosa mi tranquillizza, ora sono tranquillo per la sicurezza di queste guardie. Noi continuiamo lungo il lago per farci un paio di birre 'Gallo' ghiacciate, e nel frattempo, sdraiato su uno di questi pontili, mi addormento beato nella beatitudine dell'ambiente circostante.
Più avanti facciamo una sosta a San Andrés, piccolo anonimo sperduto paesino sempre sul lago, dove una rivendita di bevande ci attira per un'altra gustosa birretta, che, tentiamo di pagare, nel senso che la ragazza non aveva da cambiare una banconota equivalente a ca. 15E... mi immagino l'incasso medio! Così dopo avere girato tutte le (poche) attività del paese, la ragazza si rassegna ad accettare qualche dollaro yankee.
Il mattino dopo, decisi ad andare a Ceibal, facciamo colazione in un posto più 'nevrotico' in modo di potere essere 'on the road' di buon'ora per arrivare a Ceibal, dato che il tragitto va fino a Sayaxchè in auto per poi proseguire in barca sul Rio Dulce per quasi un'ora. Sono meno di cento kilometri, ma pur sempre su strade sterrate in condizioni buone ma imprevedibili, ma fortunatamente non sembrava voler piovere... arrivati a Sayaxchè, ci fermiamo incolonnati, oibò traffico a queste latitudini equatoriali? No, attesa per il ferry per attraversare il Rio! Come una volta, il fiume ancora oggi costituisce una barriera naturale di non facile soluzione, e così una chiatta tirata a funi sostituisce un ponte mai costruito e forse, mai proposto visto i ritmi e la buona propensione all'attesa di un qualcosa tipico dei popoli latino-americani a cui le dittature hanno tolto anche le idee e le speranze.
Noi, da quel punto del Rio Dulce, trattiamo con un barcaiolo, una specie di Caronte ispanico, l'affitto di una bella barca ed in men che non si dica stiamo risalendo (O discendendo?) il fiume, tipicamente equatoriale, con rare rive e sponde divorate dalla vegetazione, e l'acqua marrone.
Sulle sponde, dove la vegetazione si dirada, scorgiamo degli insediamenti indigeni, roba dell'altro mondo, ciò che vediamo sono le popolazioni rurali ancora oggi insediate nel mezzo della foresta, e di cosa vivono non lo so. Insediamenti indigeni nella jungla
Dopo una mezz'ora le sponde sono quasi un muro verticale di fittissima vegetazione, questa è la vera giungla equatoriale. Lasciamo la barca ad un pontile per inoltrarci nella foresta e raggiungere Cèibal, che si trova quasi un km all'interno, scorgo una decina di splendide farfalle, coloratissime, bellissime. Poi altri insetti, molto bastardi, zanzare o mosquitos, tremendi, avevo sparso Autan dappertutto, ma queste mi attaccavano dove non ne avevo messo! Così disperato mi spalmavo sul naso, sulle orecchie, sulle dita. Se non ho preso la malaria lì... Arriviamo a Cèibal, ma indispettiti dalle zanze diamo un rapido sguardo alle rovine, daltronde Cèibal è ancora in parte da scoprire, sono da vedere alcuni steli in bassorilievo, per il resto rimane in un certo senso un posto da 'intenditori', mentre per noi è stato una bella avventura raggiungerlo.
Purtroppo dobbiamo tornare per la stessa via, che percorriamo di corsa, con le zanze fameliche che purtroppo corrono come noi, acci, ci vorrebbe un po' di pioggia per farle scappare... Hai detto pioggia? E quale momento migliore per la pioggia se non mentre siamo in barca, il motore spento ed ingolfato, il telone pieno d'acqua che ci riversa addosso a mo' di doccia. Mettiamo anche questa nella nostra raccolta di esperienze!
La pioggia negli ambienti tropicali è un'esperienza da fare, anche se nessun depliant vi descriverà mai la suggestione di essere in bàlia di un acquazzone tropicale, che, già dalle prime goccie cadenti si presenta minaccioso ed incazzoso. Mentre la nostra barchetta vagava senza guida in mezzo al fiume, mentre il barcaiolo cercava di rianimare il motore, questi goccioloni si fiondavano nell'acqua con una consistenza a noi sconosciuta. Quando giungiamo al molo di Sayaxchè, la pioggia cala un poco (quando sennò?), scappiamo nel pickup al riparo, anche se ormai siamo inzuppati, tentiamo di asciugarci con l'A/C a manetta, mentre il barcaiolo reclama il suo conto, sottolineando che il sovrapprezzo è dovuto al motore più potente... ma veramente non capiscono le regole del commercio questi quà?
The day after, lancio la proposta di raggiungere Uaxactùn, città sorella minore di Tikal, a ca. 35Km da Tikal stessa nel bel mezzo della foresta; mettiamo ai voti, al mio 51% viene sommato il 24.5 dei miei picciotti, perciò democraticamente si andrà a Uaxactùn. A Tikal ci rechiamo dalle guardie forestali per avere il permesso di transito col veicolo nell'area archeologica, necessario per immettersi sulla pista sterrata che va verso il Messico e dove si trova Uaxactùn. La pista si snoda nel bel mezzo della foresta boscosa, in alcuni punti è ancora umida per la fitta vegetazione che le fa ombra, inserisco allora il 4x4 ed il nostro veicolo diventa un portento di potenza. Uaxactůn
Ma, attenzione, incontriamo fermo sul ciglio della strada un vecchio Toyota con un 10/12 persone a bordo, che sembrano in difficoltà, ci fermiamo, parliamo, sembra di capire che il Toyota 'gnà fa più', e ci chiedono un traino... La situazione è di quelle paradossali, li aiutiamo o ce ne andiamo? Mi sembra che rimanere in panne in mezzo alla foresta sia cosa seriamente problematica, perciò piglio la corda e la lego al mio Mitsubishi, facendo salire quattro 'desperados' sul cassone per fare presa sul terreno, passo il differenziale in ridotta, evvia, eppur si muove! Uaxactůn
Abbiamo trainato il Toyota come fosse un rimorchio per una quindicina di km su strada impervia su salite, discese, fango fino ai mozzi delle ruote, fino a giungere il villaggio di Uaxactùn, spaccato in due dalla pista del vecchio aeroporto, e lasciamo In the jungle !!!il rottame del Toyota e passeggeri davanti alla loro casa. A vedere come si divertivano non mi sembravano poi preoccupati, dalla loro way-of-life la preoccupazione non è contemplata.
Bene, a quel punto uno di quei ragazzi si offre come guida per la visita alle rovine, indicandoci la strada da percorrere, che se fossimo stati da soli avremmo lasciato la macchina e continuato a piedi, ma cn 4x4 e ridotta e vai dappertutto e mai avrei immaginato che un veicolo potesse arrampicarsi su sentieri già difficili a camminarci. Gente vi assicuro che guidare un fuoristrada in fuoristrada è una delle cose più divertenti al mondo!!!
Uaxactùn è unica, non maestosa come Tikal, ma comunque bellissima, assolutamente affascinante, vuoi per la difficoltà a raggiungerla, per la foresta in cui è ancora avvolta, e l'assoluta mancanza di altri visitatori! Una piccola meraviglia tutta per noi. Jungla del Petén
Il viaggio di ritorno è stato rapido e divertente, il veicolo scagliato nelle pozze, infangato come si addice ad un vero 'off-road'! Me ne compro uno appena torno.

 


Continua...

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