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'Round the Mexico Gulf
Guatemala, El Petèn, Tikal
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© Fabrizio Ronzi 2004
August 18-21, 2000
Faceva freddo
quell'estate...! Alle 6 del mattino nell' "Aeropuerto del Sureste" di Cancun
faceva un freddo bestia, non pensavo che l'aria condizionata potesse arrivare
a tanto: 30° fuori, 15° dentro! L'aeroporto di Cancun è
veramente desolante pensando a tutto il ben diddio che sta' intorno e sulla
costa, a quell'ora poi è proprio deserto.
Alle 6.30 ca. arrivano gli impiegati
dell'Aviateca, che iniziano i preparativi per il volo per Flores, Aeroporto
del Petèn. Grande organizzazione, cartello appeso indicante la destinazione,
e cassa amplificata portatile, modello 'Peavey' (cioè utilizzata
in piccoli show live dai chitarristi di marciapiede!), ma funzionale. Mi
vengono in mente gli schermi 16:9 al plasma di Malpensa...
Tuttavia... il 737 Aviateca parte
in perfetto orario, e sempre in perfetto orario scorgiamo il lago Petèn
sotto di noi. Possibile che solo Alitaglia riesca sempre a collezionare
ritardi su ritardi?
E' una gran bella visione, quella
del semi-isolotto di Flores dall'alto, è proprio un piccolo gioiellino,
incastonato in un'area verde che più verde non si può...
scendendo dall'alto non scorgevano altro che foreste.
Splaff,
landing ok, parcheggio del volatile, e scendiamo, a piedi è chiaro,
verso l'aerostazione, o meglio il capannone... dove i poliziotti tentano
una perquisizione fantozziana, mi guardano nel borsone e mi lasciano lo
zaino in spalla... minchia e ch'avevo un chilo di spaghetti!
E finalmente una simpatica impiegata
mi mette un bel timbro sul passport; quello dei timbri sul documento è
una cosa importante, è la prova tangibile del tuo passato da viaggiatore,
inconfutabile, mica si può fare come quei fessi degli americani
che timbrano scazzati la prima pagina a caso! No questi si prendono tutto
il tempo che ci vuole e mi mettono due timbri con precisione, nella prima
pagina bianca e belli dritti.
E finalmente siamo in Guatemala,
alla mercé dei tour operator locali nell'atrio dell'aeroporto, ma
noi ci dirigiamo con decisione verso la Hertz dribblando tutti, dove chiediamo
un veicolo per girare un po' la zona, in fondo, avevamo convenuto che una
piccola auto sarebbe stata comoda e ci avrebbe reso indipendenti. Da lì
ad un quarto d'ora usciremo dall'aeroporto pimpanti su un magnifico pick-up
Mitsubishi L200 2.5 turboD 4x4 double cab. Suvvia, si vive una volta sola.
Ci sistemiamo nel simpatico hotel
Itza, proprio a Flores, scelta strategica poiché è come stare
in centro a San Marino!
Flores, non è solo un posto
bello e affascinante, succede di innamorarti di questo paesino, quasi un
mondo a parte ed appartato dal resto che lo circonda, d'altronde basta
un passaggio veloce per San Benito per rendersi conto che Flores sta al
Guatemala come Taormina alla Sicilia. E' tutto molto semplice, niente ti
appare invadente, niente è immediato, non c'è alcuna cosa
appariscente o particolare da vedere, ma al viaggiatore sensibile al fascino
delle cose vere, non sfugge un'atmosfera di rilassatezza spensierata, non
esuberante, ma intensa, una luminosa serenità del vivere, non urlata
ma sempre sottintesa, perché insita nella sua esistenza.
Intorno, uno specchio d'acqua,
calmo e levigato, che tempera costantemente la temperatura, anche nel mezzo
all'umida foresta circostante, e che, al tramonto regala visioni da 'espressionismo'
puro. A destra vediamo il piccolo abitato di Tayasal, mentre a sinistra
si scorgono le costruzioni disordinate di Santa Elena e del più
losco San Benito.
Volgendo lo sguardo al tramonto,
sul lungo lembo di lago che sfugge verso ovest, abbiamo una candida luce
che irradia Flores di energia positiva, una ricarica per il giorno a venire.
Piccolo e fenomenale l'Hotel Itza,
tre letti con bagno, aire acondicionada, ventola sul soffitto, e TV color
(!!) per 35 Usd sono un'affare, tralasciando la colazione abbastanza 'fugace'.
Partiamo subito per un tour del
lago Petèn, appena entrati nel parco, i simpatici forestali, ci
fanno notare le numerose scimmie urlatrici che penzolano dai rami, la foresta
del Petèn, è come dire amichevole, in altre parole bella
e maestosa, verde (e ci mancherebbe!), ombrosa e fitta, alberi altissimi,
popolata da innumerevoli coati (graziosi roditori), uccelli multicolori,
e con le scimmie che lanciano urla suggestive ed inquietanti. Ma mai umida
e piena di Zanzare come la giungla (bastarda) che troveremo più
a sud, a Sayaxchè. Tikal dunque.
E sono solo le 8.30. Già abbiamo lasciato Cancun
alle 7 ed alle 7 siamo arrivati, perché qui hanno un fuso
orario sintonizzato con le galline, ed alle 8 siamo già 'accomodati',
perciò partiamo subito, pensando di 'girare' il Lago Petèn,
ma entriamo per errore nel Parco Nazionale di Tikal, dove involontariamente
giungeremo alla mitica Tikal.
Allora, visto che siamo qui, tanto vale visitare i ritrovamenti
archeologici della antica città Maya, una delle più vaste
ed importanti, e come avremo modo di scoprire di persona, forse la più
affascinante e spettacolare.
Parcheggiamo il potente mezzo e ci incamminiamo nella vasta
area archeologica, bisogna sgambettare parecchio per vistarla tutta, e
non eravamo preparati psicologicamente ed attrezzati all'evento che, per
uno sbaglio di navigazione (sonnolenza del sottocristo) ci aveva condotto
qui.
Dopo poche centinaia di metri incontriamo i primi templi
svettanti sopra la giungla, diroccati ma intatti nella loro magnificenza,
avanziamo ancora e usciamo allo scoperto sulla piazza principale, attraversando
la necropoli ora ci appare la Tikal vera e propria, seminascosta nelle
giungla (alcuni monumenti sono ancora in fase di recupero, imbrigliati
nelle radici), magnifica ed anche piuttosto inquietante; qui, proprio qui
dove si affacciano i templi III° e IV° era il centro della vita
e di ogni attività di una delle città più significative
della civiltà Maya, la cura dei restauri e lo stato di mantenimento
dei ripidi monumenti sono ancora in grado di regalare una suggestione mistica
impareggiabile, rapiti da un'aurea esoterica esaltata dalla giungla che
accoglie con il suo groviglioso abbraccio ogni cosa rimasta, richiedendoci
il massimo rispetto per la santità del luogo, testimone unico e
meraviglioso di una civiltà scomparsa, perciò ancora più
affascinante.
Le scimmie urlatrici sono gli autori della soundtrack
di questo abbagliante spettacolo, un connubio unico al mondo di arte umana
e natura sovrana.
Proseguiamo la visita, non è mica finita, qui
ci stavano anche 200 mila persone ai tempi d'oro, hai voglia, qui si fanno
i km per vedere tutto, così ancora abbagliati dalla bellezza della
piazza principale, raggiungiamo il tempio III°, dove lo spettacolo
è ancora più meglio di prima. Il tempio III° ha ancora
la base immersa nella vegetazione e la sommità che svetta sopra,
dalla quale si gode un panorama f-a-v-o-l-o-s-o : dominando l'intera foresta
del Petèn, si vedono sbucare le cime delle altre piramidi, fra le
quali maestosa, quella del 'Mundo Perdido', così come dalla sommità
di quest'ultimo si viene ugualmente ripagati con la stessa preziosa moneta,
una splendida visione esclusiva con l'altissimo tempio III° dominante.
Ad un tratto, ad un distratto visitatore sulla sommità
del Mundo Perdido, cade una bottiglia di plastica vuota... è incredibile
l'effetto sonoro che fa, da una trentina di metri d'altezza si ode distintamente
ogni battito, ogni echeggiare dell'oggetto fino a quando ne cessa l'inerzia;
ci lascia immaginare l'atmosfera del cerimoniale, quando il sacerdote Maya
nel silenzio totale parlava dall'alto del tempio...
Terminiamo con la visita al museo annesso all'area archeologica,
che a differenza dei siti messicani dove hanno asportato tutto al museo
di Mexico City, qui è esposto quanto (poco) ritrovato, soprattutto
scavando sotto al tempio IV° dove fu scoperta la tomba del re 'Luna
Doppio Pettine' con tutto il suo prezioso corredo funebre.
Come primo giorno in Guatemala può dirsi intenso,
molto intenso, torniamo indietro in quel di Flores, percorrendo la stessa
strada a ritroso e ammirando il curioso 'layout' del territorio collinare,
composto da pini, palme, e una sorta di foresta più boscosa che
giungla vera e propria, e curiosi abitati dove le gente vive in precarie
capanne all'apparenza più dignitose dei vicini messicani yucatechi,
alcune pure con un grazioso giardino ben tenuto e cintato. Immagini queste
che ancora mi solleticano la curiosità, siamo infatti in un paese
duramente colpito da una lunga guerra civile ventennale, con un'economia
che dire arretrata suona come un'eufemismo, tuttavia questi piccoli agglomerati
isolati rendono un'immagine più che dignitosa, almeno col vicino
Messico come parametro di confronto, anche se poi, non può sfuggire
un'alone di tristezza quasi sempre presente sul volto della gente, dove
i 'cugini' messicani recavano invece un solare fatalismo.
Costeggiando lo splendido lago Petèn, da San Jacinto
a Flores, torniamo al simpatico albergo dove un paio d'ore di riposo si
rendono necessarie, prima di cenare all'angolo al pure lui simpatico ristorante
simil-argentino specializzato in parecchie cose sudamericane, tra cui la
discreta 'parillada' argentina che gustammo con gusto.
Come non apprezzare l'ulteriore ritocco verso il basso
dei prezzi medi, passando dal Messico al Guatemala, trovando tuttavia un
ambiente ed un'accoglienza, almeno a Flores, di ottimo livello e competenza.
Curioso l'omino che imbraccia il fucile a pompa fuori dal locale, deve
essere una specie di cortesia del 'customer service' del ristorante, che
vorrebbe fare sentire i suoi clienti al sicuro, ma la mia impressione è
piuttosto che vent'anni di guerra e guerriglia, hanno portato l'abitudine
di indossare le armi come gli abiti, cioè: "stasera ch'è
sabato esco con la smith&wesson, domani vado in chiesa col fucile ch'è
più elegante!".
Flores è veramente particolare, una piccola isola
(!) nello sconsolato Guatemala, bella non solo per l'incantevole posizione
da 'laghetto svizzero', ma anche gode di un'atmosfera particolare, in parte
dovuta a quei quattro o cinque locali che danno il tocco finale d'artista
ad un quadro che definire idilliaco può sembrare inappropriato ma
quasi ne rende l'idea. Così il buon simil-argentino sotto casa,
ooops sotto albergo, ci è piaciuto, ma che dire del mitico Carlos,
un giovane cinquantenne che ha trovato il suo equilibrio di vita nel brioso
ristorante da lui aperto a Flores, forse il locale più anomalo e
singolare, dove si mangia bene, certo, si beve meglio, pure, ma poi il
Carlos imbraccia il basso e col suo compare americano che sembra Bob Dylan
in vacanza, ci suonano una decina di classici che scaldano i nostri cuori
tiepidi, mai freddi, eh allora rimani stordito da questo Guatemala che
non ti saresti mai e poi mai aspettato, sembra quasi quell'Eldorado che
hai sempre cercato, dove, spogliati dalle false imposizioni dei marketing
massmediatici del consumismo, ritroviamo noi stessi nella nostre esatte
dimensioni spirituali ed oggettive.
E che dire di quel Mayan Princess, localino così
così, che tenta degli accostamenti arditi in cucina, e ci riesce
pure benino, riempiendo il locale di giovani viaggiatori squattrinati,
con la trovata del dopo cena con film in vhs, tanto chissè frega
della Siae (o Riaa, nda)?
Un vago sapore freak aleggiava in quelle serate in questi
locali, mentre diverso era invece quel localino in riva al lago, con quello
splendido pontone adagiato sulle acque, dal quale ti saresti aspettato
di vedere un coccodrillo saltare fuori, e invece nella pace più
totale ci regalava indimenticabili rilassanti tramonti, in un immenso panorama
in 'cinemascope' dove il sole cadente fungeva da illuminazione, il lago
da palcoscenico, le isolette sullo sfondo da comparse, e le piccole barche
i protagonisti che filavano sulla superficie a specchio. Un set cinematografico
d'altri tempi. In questo simpatico localino di veri guatemaltechi, potevi
bere, mangiare, fare colazione o uno spuntino a qualunque ora, senza distinzione,
occorreva solo premunirsi di una certa dose di pazienza 'latina' di quel
intendere il tempo non in senso assoluto, ma dominarlo gustandosi in relax
i momenti di vana attesa che per noi 'industriali' diventano nevrotici.
Il personale se la prendeva comoda, praticamente tutto ciò che era
scritto sul menu te lo facevano, occorreva solo il tempo per cercare le
uova, impastare, sbucciare le patate, pulire il pesce, insomma se chiedevi
vino d'annata potevi stare al tavolo un annetto in attesa che invecchiasse!
Ma lo spirito centroamericano era salvo e questo è
quello che conta, e il gusto ci guadagna, infatti le patatine fritte erano
di una squisitezza, c'è voluto solo tre quarti d'ora per farle,
ma chi lo vuole McDonalds qui?
Già, quella mattina volevamo andare a Céibal,
molto più a sud, ma i tempi per la colazione di questo localino
ci costrinsero ad effettuare il più tranquillo giro del lago, ormai
erano già le 9.30...
Il 2.5 turbodiesel si accende in un lampo, è uno
di quei motori che partono sempre, anche se trovi una di queste macchine
sepolta in una caverna dopo vent'anni... la coppia generosa fa partire
il grosso pick-up con una dolce ma decisa spinta da dietro.
Giungiamo ad El Remate, piccolo villaggio in riva al
lago, che tenta la carta del turismo per uscire dallo stallo economico
ed istituzionale, e sembra farcela, almeno l'atmosfera è già
di quelle giuste, qualche alberghetto è ben avviato, è solo
piuttosto isolato, bisogna farci l'abitudine.
Più avanti, mi affaccio da un lungo pontile dove
delle guardie forestali fanno il bagno, l'acqua limpida e cristallina mi
attrae, ma, chiedo donde stanno i coccodrilli? Mi fanno segno laggiù...
come dire li abbiamo visti di là e noi stiamo di qua, la cosa mi
tranquillizza, ora sono tranquillo per la sicurezza di queste guardie.
Noi continuiamo lungo il lago per farci un paio di birrette 'Gallo' ghiacciate,
e nel frattempo, sdraiato su uno di questi pontili, mi addormento beato
nella beatitudine dell'ambiente circostante.
Più avanti facciamo una sosta a San Andrés,
piccolo anonimo sperduto paesino sempre sul lago, dove una rivendita di
bevande ci attira per un'altra gustosa birretta, che, tentiamo di pagare,
nel senso che la ragazza non aveva da cambiare una banconota equivalente
a meno di 15E... mi immagino l'incasso medio! Così dopo avere girato
tutte le (poche) attività del paese, la ragazza si rassegna ad accettare
qualche dollaro yankee.
Il mattino dopo, decisi ad andare a Ceibal, facciamo
colazione in un posto più 'nevrotico' in modo di potere essere 'on
the road' di buon'ora per arrivare a Ceibal, dato che il tragitto va fino
a Sayaxchè in auto per poi proseguire in barca sul Rio Dulce per
quasi un'ora.
Sono meno di cento kilometri, ma pur sempre su strade
sterrate in condizioni buone ma imprevedibili, ma fortunatamente non sembrava
voler piovere... arrivati a Sayaxchè, ci fermiamo incolonnati, oibò
traffico a queste latitudini equatoriali? No, attesa per il ferry per attraversare
il Rio! Come una volta il fiume oggi ancora costituisce una barriera naturale
di non facile soluzione, e così una chiatta tirata a funi sostituisce
un ponte mai costruito e forse, mai proposto visto i ritmi e la buona propensione
all'attesa di un qualcosa tipica dei popoli latino-americani a cui le dittature
hanno tolto anche le idee e le speranze.
Noi, da quel punto del Rio Dulce, trattiamo con un barcaiolo,
una specie di Caronte ispanico, l'affitto di una bella barca ed in men
che non si dica stiamo risalendo (O discendendo?) il fiume, tipicamente
equatoriale, con rare rive e sponde divorate dalla vegetazione, e l'acqua
marrone.
Sulle sponde, dove la vegetazione si dirada, scorgiamo
degli insediamenti indigeni, roba dell'altro mondo, ciò che vediamo
sono le popolazioni rurali ancora oggi insediate nel mezzo della foresta,
e di cosa vivono non lo so.
Dopo una mezz'ora le sponde sono quasi un muro verticale
di fittissima vegetazione, questa è la vera giungla equatoriale.
Lasciamo la barca ad un pontile per inoltrarci nella foresta e raggiungere
Cèibal, che si trova quasi un km all'interno, scorgo una decina
di splendide farfalle, coloratissime, bellissime. Poi altri insetti, molto
bastardi, zanzare o mosquitos, tremendi, avevo sparso Autan dappertutto,
ma queste mi attaccavano dove non ne avevo messo! Così disperato
mi spalmavo sul naso, sulle orecchie, sulle dita. Se non ho preso la malaria
lì... Arriviamo a Cèibal, ma indispettiti dalle zanze diamo
un rapido sguardo alle rovine, daltronde Cèibal è ancora
in parte da scoprire, sono da vedere alcuni steli in bassorilievo, per
il resto rimane in un certo senso un posto da 'intenditori', mentre per
noi è stato una bella avventura raggiungerlo.
Purtroppo dobbiamo tornare per la stessa via, che percorriamo
di corsa, con le zanze fameliche che purtroppo corrono come noi, acci,
ci vorrebbe un po' di pioggia per farle scappare... Hai detto pioggia?
E quale momento migliore per la pioggia se non mentre siamo in barca, il
motore spento ed ingolfato, il telone pieno d'acqua che ci riversa addosso
a mo' di doccia. Mettiamo anche questa nella nostra raccolta di esperienze!
La pioggia negli ambienti tropicali è un'esperienza
da fare, anche se nessun depliant vi descriverà mai la suggestione
di essere in bàlia di un acquazzone tropicale, che già dalle
prime goccie cadenti si presenta minaccioso ed incazzoso. Già, mentre
la nostra barchetta vagava senza guida in mezzo al fiume, mentre il barcaiolo
cercava di rianimare il motore, questi goccioloni si fiondavano nell'acqua
con una consistenza a noi sconosciuta. Quando giungiamo al molo di Sayaxchè,
la pioggia cala un poco (quando sennò?), scappiamo nel pickup al
riparo, anche se ormai siamo inzuppati, tentiamo di asciugarci con l'A/C
a manetta, mentre il barcaiolo reclama il suo conto, sottolineando che
il sovrapprezzo è dovuto al motore più potente... ma veramente
non capiscono di economia questi quà?
Ul dì adrè, lancio la proposta di raggiungere
Uaxactùn, città sorella minore di Tikal, a ca. 35Km da Tikal
stessa nel bel mezzo della foresta; mettiamo ai voti, al mio 51% viene
sommato il 24.5 dei miei luogotenenti, perciò democraticamente si
andrà a Uaxactùn.
A Tikal ci rechiamo dalle guardie forestali per avere
il permesso di transito col veicolo nell'area archeologica, necessario
per immettersi sulla pista sterrata che va verso il Messico e dove si trova
Uaxactùn. La pista si snoda nel bel mezzo della foresta boscosa,
in alcuni punti è ancora umida per la fitta vegetazione che le fa
ombra, inserisco allora il 4x4 ed il nostro veicolo diventa un portento
di potenza.
Ma, attenzione, incontriamo fermo sul ciglio della strada
un vecchio Toyota con un 10/12 persone a bordo, che sembrano in difficoltà,
ci fermiamo, parliamo, sembra di capire che il Toyota 'gnà fa più',
e ci chiedono un traino... La situazione è di quelle paradossali,
li aiutiamo o ce ne andiamo? Mi sembra che rimanere in panne in mezzo alla
foresta sia cosa seriamente problematica, perciò piglio la corda
e la lego al mio Mitsubishi, facendo salire quattro 'desperados' sul cassone
per fare presa sul terreno, passo il differenziale in ridotta, evvia, eppur
si muove!
Abbiamo trainato questi sfigati per una quindicina di
km su un strada impervia su salite, discese, fango fino ai mozzi delle
ruote, fino a giungere il villaggio di Uaxactùn, spaccato in due
dalla pista del vecchio aeroporto in disuso, e lasciamo il rottame del
Toyota davanti alla loro casa. A vedere come di divertivano non mi sembravano
poi preoccupati, dalla loro way-of-life la preoccupazione non è
contemplata.
Comunque va un bel merito al Mitsubishi che ha trainato
un mezzo di 2 tonnellatre con 15 persone sopra su quelle mulattiere, se
lo sapessero alla Hertz... !!!
Bene,
a quel punto uno di quei ragazzi si offre come guida per la visita alle
rovine, indicandoci la strada da percorrere, che se fossimo stati da soli,
avremmo lasciato la macchina e continuato a piedi, ma suvvia, 4x4 e ridotta
e vai dappertutto: minchia mai avrei immaginato che un veicolo potesse
arrampicarsi su sentieri già difficili a camminarci. Raga', vi assicuro
che guidare un fuoristrada in fuoristrada è una delle cose più
divertenti al mondo!!!
Uaxactùn è unica, non maestosa come Tikal,
ma comunque bellissima, assolutamente affascinante, vuoi per la difficoltà
a raggiungerla, per la foresta in cui è ancora avvolta, e l'assoluta
mancanza di altri visitatori! Una piccola meraviglia tutta per noi.
Il viaggio di ritorno è stato rapido e divertente,
il veicolo scagliato nelle pozze, infangato come si addice ad un vero 'off-road',
basta che nessuno lo dice alla Hertz! Me ne compro uno appena torno.
Continua...
Yucatàn
Belize
Miami
& Key West
Scrivi all'autore
di questo sensazionale reportage !
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